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Olio lampante: cos’è, perché non è commestibile e come fa a finire fra quelli destinati al consumo

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A cura di Francesca Fiore
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Quando si parla di olio d’oliva, la conversazione si accende quasi sempre sulle parole più luminose: extravergine, fruttato, cultivar, raccolta precoce, Dop. È la parte nobile del racconto, quella che profuma di frantoio e di bruschetta calda. Ma esiste anche un’altra categoria, meno romantica e più industriale, che raramente arriva al consumatore come nome e che pure rappresenta un tassello reale della filiera. Si chiama olio lampante. E non è un termine evocativo: è una definizione tecnica, regolata e severa. Ecco tutto quello che devi sapere sull'olio lampante: cos'è, perché viene prodotto e perché non è commestibile e, soprattutto, come fa a volte a finire dentro le bottiglie di olio d'oliva in commercio.

Che cos’è l’olio lampante e perchè si chiama così

L’olio lampante è un olio di oliva vergine che però presenta caratteristiche chimiche e sensoriali tali da renderlo non idoneo al consumo diretto. La normativa europea stabilisce che l’olio lampante ha acidità libera superiore al 2% (espressa in acido oleico), valore che lo colloca oltre la soglia massima prevista per gli oli destinati alla tavola.

Questa acidità non è solo un numero da laboratorio: spesso è la spia di olive danneggiate, tempi di lavorazione troppo lunghi o cattiva conservazione della materia prima. In altre parole, racconta una storia di fermentazioni, ossidazioni e degrado.

Il nome deriva dal suo uso storico: era l’olio impiegato come combustibile per le lampade. Il termine è rimasto, e oggi funziona quasi come una sentenza: un olio che non può essere portato in tavola, ma che può essere destinato a trasformazioni industriali.

Dal punto di vista organolettico, l’olio lampante è riconoscibile perché presenta difetti marcati. Un panel professionale può riscontrare note come:

  • rancido
  • muffa e umidità
  • sentore di morchia (fondo di lavorazione)
  • fermentato
  • gusto piatto e sporco

Cosa succede all’olio lampante: la seconda vita in raffineria

Qui entra in gioco la filiera, quella vera: l’olio lampante non è automaticamente “rifiuto”, perché può essere raffinato. La raffinazione elimina buona parte dei difetti, abbassa l’acidità e rende l’olio idoneo al consumo, ma al prezzo di un effetto collaterale evidente: perde gran parte del carattere.  Il risultato è un olio più neutro, spesso utilizzato come base per prodotti commerciali successivamente miscelati con una quota di olio vergine.

È un punto importante anche per il consumatore: quando si legge in etichetta “olio di oliva”, non si sta acquistando extravergine, ma un prodotto che può includere una componente raffinata (quindi potenzialmente derivata anche da lampante).

La domanda che molti fanno: si può “aggiustare” mescolandolo?

È una tentazione comprensibile: se un olio è troppo difettoso, troppo pungente o palesemente “andato”, viene spontaneo pensare che basti tagliarlo con un olio migliore per renderlo utilizzabile. In cucina succede con il vino, con l’aceto, perfino con un brodo troppo intenso. Ma con l’olio lampante la logica non funziona.

Mescolare olio lampante con un olio di qualità superiore non lo trasforma in un prodotto conforme, né dal punto di vista sensoriale né da quello chimico. I difetti non spariscono: si diluiscono soltanto, e spesso restano percepibili in retrogusto e odore. Ancora più importante: la miscelazione domestica non modifica in modo affidabile i parametri analitici che determinano la classificazione di un olio.

Soprattutto, c’è un punto dirimente: un olio non commestibile non diventa legalmente “destinato al consumo” perché è stato mescolato. L’unico percorso previsto e regolato è quello industriale: l’olio lampante deve essere inviato a raffineria, sottoposto a processi di rettifica e purificazione, e solo dopo può rientrare nel circuito alimentare come olio raffinato, eventualmente miscelato con oli vergini. Se l'olio lampante viene miscelato senza seguire questo procedimento e venduto come extravergine senza requisiti è a tutti gli effetti una frode.

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Quando l’olio lampante diventa un problema: il fronte frodi

Qui l’olio lampante smette di essere una semplice categoria merceologica e diventa materia da cronaca giudiziaria. La sua stessa esistenza, infatti, rappresenta uno dei punti di vulnerabilità strutturale del settore oleario: un olio non commestibile, se illegalmente raffinato, miscelato o declassato solo sulla carta e poi immesso sul mercato come extravergine, può trasformarsi in uno strumento di frode.

Un esempio documentato arriva dalle operazioni coordinate da Europol e Interpol nell’ambito di Operation OPSON, il programma internazionale contro le frodi alimentari. Nell’edizione 2019, le autorità hanno sequestrato complessivamente oltre 16.000 tonnellate di prodotti alimentari e 33 milioni di litri di bevande contraffatti o non conformi in Europa, con l’olio d’oliva tra le categorie più colpite. In Italia, nell’ambito delle stesse attività di contrasto, sono stati effettuati sequestri di ingenti quantitativi di olio commercializzato come extravergine ma risultato non conforme agli standard di legge.

Sul piano giuridico interno, la Corte di Cassazione ha più volte confermato che la commercializzazione di olio etichettato come “extravergine” ma privo dei requisiti chimici e organolettici previsti integra il reato di frode nell’esercizio del commercio (art. 515 c.p.), anche quando la non conformità derivi dalla presenza in miscela di oli di categoria inferiore.

Questi elementi restituiscono una verità essenziale: l’olio lampante non è semplicemente un prodotto “di bassa qualità”. È un segmento legittimo della filiera, destinato alla raffinazione industriale. Quando rimane nel suo perimetro tecnico, il sistema funziona; quando ne esce per scorciatoie illecite, diventa il punto di frattura tra filiera e mercato.

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La lezione gastronomica: non tutti gli oli “di oliva” sono oli da cucina nello stesso modo

Dal punto di vista gastronomico, conoscere l’olio lampante serve a capire meglio anche ciò che troviamo sugli scaffali. L’olio extravergine non è solo un grasso: è un ingrediente aromatico ricco di benefici, un condimento che costruisce piatti, che completa verdure, legumi, carni bianche e pesce. L’olio raffinato (derivato anche da lampante) è invece un prodotto più neutro: funziona tecnicamente, ma raramente emoziona.

L’olio raffinato, che può derivare anche da olio lampante, è invece un prodotto molto più neutro. Il processo di raffinazione elimina difetti, acidità e sostanze indesiderate, ma comporta anche una riduzione rilevante dei composti fenolici e di parte delle sostanze antiossidanti naturali. Il risultato è un olio tecnicamente stabile e utilizzabile in cucina, ma con minor contenuto di micronutrienti e con un impatto sensoriale limitato rispetto a un extravergine di qualità.

Per questo l’olio lampante, pur non essendo destinato al consumo diretto, è utile per capire cosa incide davvero sulla qualità finale: tempi rapidi tra raccolta e frangitura, olive sane, corretta conservazione e processi igienici in frantoio. Se queste condizioni non vengono rispettate, aumentano i difetti sensoriali e si riduce il patrimonio di sostanze bioattive, fino a declassare l’olio a categoria non commestibile come extravergine.

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