
Da pochi minuti si è conclusa l'ottava serata della quindicesima stagione di MasterChef Italia, lo show di Sky Original prodotto da Endemol Shine Italy, in onda ogni giovedì in esclusiva su Sky e in streaming solo su Now (sempre disponibile on demand). Sono stati due episodi che, più che una semplice tappa, sono sembrati un varco che ha separato chi "se la cava" da chi può davvero ambire al titolo finale. Tutto questo perché stasera si è giocato il primo grande traguardo della stagione: la top 10.
Per conquistarsela non è bastato cucinare bene: è servito reggere l'urto di prove a intensità più alta, più tecniche e sempre più psicologiche. In queste puntate gli aspiranti chef hanno attraversato la cosiddetta "tempesta perfetta": la temutissima prova di pasticceria con Iginio Massari e la figlia Debora, la mystery box sulle cucurbitacee, l'esterna a Cagliari sospesa tra terra e mare e, infine, un pressure test "milanese" firmato dallo chef Cesare Battisti del Ratanà. A dirigere il tutto, come sempre, i giudici Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri e Giorgio Locatelli. Chi avrà centrato l'ambita top 10 e chi, invece, ha dovuto togliere il grembiule e rinunciare per sempre al sogno di diventare un MasterChef?
Pressure test con la Saint Honoré "milanese" di Iginio e Debora Massari
Il quindicesimo episodio si è aperto con una "crepa emotiva": Carlotta ha raccontato quanto per lei entrare in top 10 significhi il primo passo verso un sogno e, allo stesso tempo, poter dare finalmente una soddisfazione alla sua famiglia. Ma MasterChef, si sa, ascolta i sentimenti solo per pochi secondi, poi li mette sotto pressione. E infatti, una volta alzata la classica scatola della Mystery box, i concorrenti non hanno trovato nessun ingrediente, ma il grembiule nero del pressure test. Uno scossone che ha fatto capire ai partecipanti che, per entrare tra i migliori dieci, bisogna alzare l'asticella e superare la prova più temuta: la pasticceria.
L'ingresso di Iginio Massari, noto per il suo rigore tecnico, è stato un piccolo numero teatrale che ha alzato ancora di più la tensione: è entrato recitando alcuni versi dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Bruno Barbieri poi, spiritosamente, ha fatto capire ai cuochi che per passare al turno successivo, "Nel mezzo del cammino" dovevano superare lo scoglio del maestro pasticciere bresciano. Una volta fatto il suo ingresso, ha messo subito le cose in chiaro: "La pasticceria è ordine, pulizia e creatività. Se uscite dalle regole, non combinerete un bel niente".

Il dolce da replicare è stato una trappola elegante: la Saint Honoré alla milanese, ossia con il pan di Spagna al posto della sfoglia. Dentro c'è di tutto: tre strati di pan di Spagna, tre di crema chantilly all'italiana, bignè, caramello, panna montata e spuntoni a forma di gianduiotto con mousse al cioccolato e chantilly. Due ore e mezza per fare una cosa che sembra semplice solo a chi non l'ha mai provata: rasentare la perfezione per guadagnare salvezza e posto in balconata.
Il primo a far assaggiare il suo dolce è stato Niccolò: il suo entusiasmo viene subito frenato da Iginio Massari che ha giudicato i bignè molto gommosi e il caramello troppo cotto. Sentenza che non ha lasciato spazio a interpretazioni. Dounia, invece, si è mossa con lucidità: ha usato la Green Pin per guadagnare dieci minuti extra, ma non la Golden. Una scelta che ha pagato perché la sua Saint Honoré ha conquistato non solo i tre giudici, ma soprattutto i Massari. Matteo R, appassionato di pasticceria, si è portato a casa i complimenti di tutti e cinque i giudici. Con l'assaggio di Carlotta la serata è cambiata, la sua torta è stata giudicata altamente insufficiente. Il colpo più duro però è stato emotivo ed è arrivato da Cannavacciuolo che si è detto molto deluso: "Prima hai fatto discorsi molto forti, però i risultati non stanno arrivando affatto". Iginio Massari, successivamente, ha stroncato Dorella giudicando in modo molto negativo. "Chiamarla Saint Honoré è un eufemismo, si salva solo la bagna".

Alessandro, al contrario, si è conquistato un momento da protagonista perché il suo dolce è stato considerato quello "più vicino" all'originale di Massari. Matteo Lee, Irene, Jonny e Teo si sono salvati, soprattutto l'ultimo che ha ricevuto i complimenti da Barbieri: "Teo sta tornando, ragazzi fate attenzione”. Alla fine, la porta della Top 10 si è chiusa con un nome dall’altra parte: Iolanda che ha dovuto abbandonare definitivamente la cucina di MasterChef. Il suo dolce è stato considerato il peggiore di tutti e la motivazione è stata chiaramente spiegata dal maestro bresciano: "Non hai cotto la crema e, dal momento che lo zucchero nella crema aumenta le cariche batteriche, potrebbe essere pericoloso per la salute di chi la mangia”. Così l’aspirante chef brasiliana naturalizzata italiana ha dovuto salutare.

La Top 10 è fatta: Niccolò, Jonny, Irene, Carlotta, Dounia, Teo, Matteo R, Dorella, Alessandro e Matteo Lee.
Mystery box: cucina a "quattro mani" e cucurbitacee
La Mystery box ha cambiato un po' lo scenario nella masterclass, ma non l'intensità. Stavolta la difficoltà non era “solo” nel piatto, ma anche nel corpo: i concorrenti hanno dovuto cucinare in coppia, legati insieme da un doppio guantone. In pratica, ognuno poteva usare una sola mano. Cannavacciuolo ha spiegato il senso di questa "tortura" dicendo che, per diventare un MasterChef, servono coordinazione, sincronizzazione e collaborazione. Il tema della prova è stato quello di cucinare un piatto che avesse come centro di gravità le cucurbitacee: una famiglia di ortaggi molto conosciuti come zucche, zucchine e meloni. In palio le ultime due Golden Pin della stagione, una per ogni membro del duo.

Tra i migliori assaggi è spiccata la coppia Irene-Niccolò con "Cucu combola", ossia un cocomero in osmosi, fondo di vegetali, acqua di pomodoro e anguria bianca marinata con lime e basilico. Cannavacciuolo lo ha giudicato come un piatto molto buono, quasi una fotografia estiva, da mangiare al tramonto in spiaggia. Teo e Carlotta hanno utilizzato il cetriolo e con il loro piatto "Il cetriolo dov'è", ovvero roselline di cetriolo ripiene di feta, olive taggiasche, acqua di pomodoro aromatizzata e gelificazione di cetriolo, con una presentazione che è stata definita la più bella del lotto. Jonny e Alessandro, anche loro tra i migliori, hanno fatto assaggiare "Due cervelli, un melone": capasanta scottata con melone e una costellazione di aromi tra finocchio, cetriolo, cipollato, peperone, anice, menta e basilico, che Barbieri ha giudicato “spaziale”. A vincere però sono stati Carlotta e Teo: conquistate le ultime due Golden Pin e il vantaggio di essere i capitani della prova in esterna.

La specialità della cucina sarda con la prova in esterna a Cagliari
Il sedicesimo episodio si è aperto con la prova in esterna nella bellissima città di Cagliari. I dieci concorrenti rimasti si sono incontrati al Bastione di Saint Remy, un punto di riferimento e di osservazione storico del capoluogo sardo. Qui i tre giudici chef hanno raccontato la cucina locale come una tradizione che non si ferma, anzi guarda al futuro senza dimenticare le storiche usanze. Con loro c'è stata la supervisione di Luigi Pomata, chef del ristorante omonimo e ambasciatore del tonno rosso.

La squadra rossa era composta dal capitano Teo e da Alessandro, Niccolò, Irene e Jonny. La squadra blu con Carlotta capitano era composta da Dorella, Dounia, Matteo Lee e Matteo R. Entrambi i team dovevano portare un antipasto creativo con un prodotto locale speciale: il pane carasau. I rossi portavano un primo a base di fregola e i blu un secondo in cui protagonisti erano il tonno rosso e il pecorino sardo. A decretare la squadra vincitrice è stato il giudizio di 15 chef e ristoratori cagliaritani, oltre al parere tecnico ed esperto di Pomata.

Mentre le brigate erano intente a cucinare, Barbieri ha fatto visita al ristorante Chiaroscuro di Marina Ravarotto: una delle dieci persone al mondo che conoscono l'arte della pasta Su Filindeu, ossia fili di Dio. Si tratta di fili sottilissimi di grano duro, acqua e sale intrecciati a mano che si preparano su un disco di asfodelo. Vengono sovrapposti perpendicolarmente creando un tessuto che ricorda una rete e, tradizionalmente, è un tipo di pasta legato alla festa di San Francesco di Lula e che viene offerta ai pellegrini che percorrono 32 km da Nuoro al santuario. Solitamente i fili di Dio, si cuociono in un intenso brodo di pecora e si condiscono con pecorino sardo abbondante. Un prodotto unico che spesso viene proposto nei ristoranti d’eccellenza.
Arrivato il momento degli assaggi degli antipasti: la squadra rossa ha presentato un raviolone di pane carasau ripieno di ricotta sarda, bottarga di Muggine, sugo di pomodoro ristretto, basilico e limone. I commensali lo hanno però bocciato perché "la ricotta copriva troppo gli altri sapori". La brigata blu ha risposto con il "cannolau", ossia un cannolo di pane carasau farcito con ricotta di pecora nera, crumble di salsiccia al mirto, finocchietto e marmellata di pompia: il piatto è piaciuto, ma l'impiattamento considerato troppo "minimal". Sul primo, la rossa ha provato a spingere con la fregola tra mare e carne, ma la nota orientale e il curry hanno oscurato i sapori, anche se chef Pomata è sembrato più convinto degli altri. La blu risponde con “A tutto tonno”: tonno in crosta di pecorino sardo, paprika e menta, insalata ai due meloni con bottarga, salsa di cipolla e mirto. I commensali hanno apprezzato, Pomata ha criticato il taglio del tonno (sbagliato) ma è stato il piatto che alla fine ha fatto la differenza. A vincere è stata infatti la brigata blu.

Cucina milanese ai massimi livelli con il Pressure test di Cesare Battisti
La squadra perdente, capitanata da Teo (con la Golden Pin) è pronta per il pressure. Una prova firmata da Cesare Battisti, chef del Ratanà, uno dei ristoranti migliori di Milano che racconta di una cucina lombarda "riattualizzata", semplice solo in apparenza, ma piena di precisione.

Il piatto da replicare è un simbolo della tradizione milanese: riso al salto con rognone. Nato come piatto povero e di sussistenza, tanto che anticamente veniva chiamato "riso riscaldato", con il tempo è diventato un grande classico anche grazie agli storici locali milanesi come Savini. Battisti ha spiegato che questa pietanza va abbinata con un umido come rognone, goulash, spezzatino o funghi trifolati, in modo che la crosta si bagni e si esalti la croccantezza esterna del riso.
La difficoltà è stata fare una base dorata e perfetta, senza romperla, senza seccarla. La tecnica è una trappola: riso allo zafferano cotto solo nove minuti, sgranato appena freddo, poi in padella con burro e olio e un lavoro certosino per ottenere la crosta giusta e saltarlo con un colpo netto di polso senza sfaldarlo. Gli assaggi, nel complesso, sono stati considerati buoni: tra i migliori Niccolò e Jonny, mentre tra i peggiori Alessandro, Teo e Irene. Ma la serata, ancora una volta, ha scelto la via più crudele: Irene, molto scossa emotivamente, ha presentato il piatto peggiore e alla fine ha dovuto definitivamente lasciare la cucina di MasterChef.

La masterclass si sta restringendo. Sono nove i concorrenti rimasti e, dai prossimi episodi in poi, ogni puntata sarà costruita per togliere certezze ai concorrenti e scoprire i lati più deboli. Soltanto uno riuscirà a diventare il cuoco amatoriale più bravo d'Italia, a vincere 100 mila euro e la possibilità di pubblicare un libro di ricette.