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L’Ue limita i nomi della carne nei prodotti vegetali: vietati 31 termini, via libera a burger e salsicce

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A cura di Francesca Fiore
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Dopo anni di discussioni e tentativi falliti, l’Unione europea ha raggiunto un compromesso sulle denominazioni dei prodotti vegetali che imitano la carne. L’intesa è stata trovata nel corso dei negoziati tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione nell’ambito della revisione del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli. Il tema riguarda il cosiddetto “meat sounding”, cioè l’utilizzo di parole tradizionalmente associate alla carne per descrivere alimenti a base vegetale. La questione è diventata sempre più centrale con la crescita del mercato plant-based e con il moltiplicarsi sugli scaffali dei supermercati di prodotti che replicano forma, gusto e modalità di consumo della carne.

Il compromesso raggiunto cerca di bilanciare due esigenze diverse: da una parte la tutela delle denominazioni storicamente legate alla filiera zootecnica, dall’altra la necessità per le aziende che producono alternative vegetali di utilizzare termini comprensibili per i consumatori. Negli ultimi anni il confronto ha coinvolto associazioni agricole, industria alimentare, organizzazioni ambientaliste e gruppi di consumatori, trasformando il tema delle etichette in uno dei dossier più discussi della politica alimentare europea.

I nomi vietati e quelli che resteranno consentiti

L’accordo stabilisce che 31 denominazioni considerate troppo strettamente legate alla carne non potranno essere utilizzate per prodotti vegetariani o vegani. Si tratta soprattutto di termini che richiamano direttamente specie animali o tagli tipici della macelleria, come manzo, pollo, bacon, steak o T-bone. Secondo i sostenitori delle restrizioni, l’obiettivo è evitare possibili equivoci e preservare il valore identitario delle denominazioni tradizionali della carne.

Allo stesso tempo i negoziatori hanno scelto una linea più moderata rispetto alle proposte iniziali, che prevedevano un divieto molto più ampio. Alcuni termini ormai entrati nel linguaggio commerciale e riconosciuti dai consumatori resteranno infatti utilizzabili: parole come “burger”, “salsiccia” o “nuggets” potranno continuare a comparire sulle confezioni dei prodotti vegetali, a condizione che l’etichetta indichi chiaramente la loro origine non animale. In questo modo l’Unione europea punta a garantire trasparenza senza costringere le aziende a rinunciare a denominazioni ormai diffuse nel mercato.

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Le regole si estendono anche alla carne coltivata

La questione delle etichette delle alternative vegetali alla carne è al centro del confronto politico europeo da diversi anni. Già nel 2020 il Parlamento europeo aveva respinto una proposta simile che mirava a vietare l’utilizzo di denominazioni legate alla carne per i prodotti plant-based. Nonostante quella decisione, il tema è rimasto sul tavolo delle istituzioni europee, alimentato dalla rapida crescita del settore delle proteine alternative.

Le nuove restrizioni non riguarderanno soltanto i prodotti vegetali già presenti sul mercato, ma anche i cosiddetti novel food: tra questi rientrano gli alimenti ottenuti tramite coltivazione cellulare, spesso indicati come carne coltivata o carne prodotta in laboratorio. Si tratta di tecnologie alimentari ancora in fase di valutazione regolatoria nell’Unione europea, ma su cui diverse start-up e aziende stanno investendo con l’obiettivo di sviluppare nuove fonti proteiche.

Applicare in anticipo le regole sulle denominazioni a questi prodotti significa definire fin da subito il quadro normativo per il loro eventuale ingresso nel mercato europeo. Alcune imprese del settore temono tuttavia che limitare l’uso di termini familiari ai consumatori possa rendere più complesso spiegare e promuovere questi alimenti innovativi. Dall’altra parte, i sostenitori della misura ritengono necessario evitare che i nuovi prodotti vengano presentati con denominazioni che potrebbero essere percepite come equivalenti alla carne tradizionale.

I consumatori distinguono i prodotti vegetali

Diversi studi condotti negli ultimi anni indicano che il rischio di confusione per i consumatori potrebbe essere più limitato di quanto sostenuto da alcuni critici delle alternative vegetali. Una ricerca del progetto europeo Smart Protein ha rilevato che solo il 9% dei cittadini intervistati in nove Paesi dell’Unione non riesce a riconoscere correttamente le alternative vegetali alla carne. La maggioranza degli intervistati è quindi in grado di distinguere tra prodotti tradizionali e versioni plant-based.

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Il mercato plant-based cresce anche in Italia

Nel frattempo il mercato delle alternative vegetali continua a espandersi anche in Italia. Secondo un recente rapporto dell’Unione Italiana Food, la quota di italiani che consuma regolarmente prodotti plant-based è aumentata del 10,6% dal 2023. Questa crescita riflette sia il maggiore interesse dei consumatori per diete più sostenibili sia l’ampliamento dell’offerta disponibile nella grande distribuzione.

Tra i prodotti più diffusi figurano burger, polpette e salsicce vegetali, consumati dal 45% degli italiani. Seguono il latte vegetale, scelto dal 34% dei consumatori, e gli yogurt senza latticini, che raggiungono il 32%. Sul fronte delle vendite, tra il 2023 e il 2024 i sostituti della carne hanno registrato un aumento del 15%, mentre bevande vegetali e yogurt dairy-free hanno continuato a crescere a ritmi più contenuti.

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