Masterchef Italia
in foto: Masterchef Italia

Un cuoco figlio del mondo che ha vissuto tante vite: Jeremy Chan è lo chef di Ikoyi, il ristorante stellato di Londra che ha preso completamente in contropiede l'alta cucina inglese. In un momento in cui la gastronomia britannica si sta facendo largo grazie a giovani cuochi dalla grande esperienza, è arrivato questo chef poco più che trentenne a sbaragliare tutti con la "West African Cuisine". Con un nome anglosassone, un cognome orientale, quello che secondo molti è "chef più bello del mondo" ha conquistato la critica con una cucina che rimanda all'Africa, grazie al socio e amico d’infanzia Iré Hassan-Odukale (nigeriano di Lagos, anche se cresciuto in Inghilterra), ma che non ne è prigioniera.

Jeremy Chan da Ikoyi, foto del profilo Instagram dello chef
in foto: Jeremy Chan da Ikoyi, foto del profilo Instagram dello chef

Provare a racchiudere la biografia di Jeremy Chan in un continente è esercizio fallace. Parlarne potrebbe essere superfluo, ma questo cuoco è un miscuglio così perfetto di nazionalità ed etnie che il suo talento viene spesso messo in secondo piano dalla sua storia: classe 1987, nato in Inghilterra da padre cinese e madre canadese, Jeremy Chan ha vissuto tra Canada, Regno Unito e Stati Uniti per finire a Londra e conquistare l'Olimpo della gastronomia mondiale. La sua immensa cultura personale lo ha portato a girare il mondo anche attraverso gli studi televisivi, diventando uno dei pochi ospiti internazionali con all'attivo ben due ospitate a Masterchef Italia. Quella di quest'anno è infatti la seconda incursione di Jeremy Chan nello show condotto da Giorgio Locatelli, Antonino Cannavacciuolo e Bruno Barbieri. Lo scorso anno fu un successo, conquistando tutti con i suoi modi gentili, lo sguardo penetrante e l'indubbia conoscenza gastronomica. Da quel momento il suo seguitissimo profilo Instagram è stato preso d'assalto dagli appassionati di tutta Italia, un affetto che lui ricambia con gioia ogni volta che ne ha l'occasione.

La storia di Jeremy Chan, uno chef giramondo

L'affascinante cuoco di origini asiatiche ha una storia tutt'altro che tradizionale. Nato nel North West dell'Inghilterra, il viaggio di Jeremy Chan nelle cucine professionali è stato un percorso lungo e per nulla spianato, anzi. Tutto si immaginava lo chef, men che meno diventare un cuoco. Il papà è un avvocato, la madre insegna danza, l'infanzia la passa viaggiando in tutta Europa e trascorrendo lunghi periodi negli Stati Uniti e a Hong Kong. Il piccolo Chan è portatissimo per lo studio, assorbe tutto ciò che lo circonda con invidiabile facilità tant'è che oggi parla 7 lingue, tra cui l'italiano, che ha imparato leggendo la Divina Commedia di Dante Alighieri.

Profilo Facebook di Jeremy Chan
in foto: Profilo Facebook di Jeremy Chan

Fin da piccolissimo si dedica allo studio delle diverse lingue e culture, gli piace l'arte e la scienza. Nulla sfugge agli occhietti vispi del bambino giramondo che sviluppa una grande passione per il cibo e la gastronomia. "Sfrutta" i lavori dei genitori per assaggiare qualsiasi cosa gli capiti a tiro e mette tutto da parte, nella sua brillante mente. Lo chef ha una testa analitica e vuole sfruttarla per seguire la sua passione. La cucina? No! La filosofia. Entra a Princeton University, una delle università più prestigiose al mondo, diventata celebre al grande pubblico grazie alla storia di John Nash, premio Nobel per l'Economia con disturbi psichici, interpretato da Russell Crowe in A Beautiful mind. Il percorso di Chan nel New Jersey è molto rapido e si laurea in Lingue e Filosofia con lode ma fattivamente non mette mai a frutto questa sua specifica laurea perché, dopo un breve ritorno in Inghilterra, si sposta in Spagna dove diventa analista finanziario.

Uno dei piatti di Ikoyi, foto di Lotus
in foto: Uno dei piatti di Ikoyi, foto di Lotus

Non è questa la vita che vuole fare Jeremy Chan e da analista comincia a ragionare sul suo percorso: l'unica costante in tutta la sua vita è stata il cibo ed è per questa ragione che, da adulto, comincia a cucinare. Da autodidatta frequenta le cucine dei ristoranti con lo scopo di soddisfare la sua fame di conoscenza e porta avanti una breve gavetta fino a raggiungere l'obiettivo finale: aprire un suo locale. Tra gli stage più importanti quelli al Noma da René Redzepi, all'Hibiscus da Claude Bosi e da Ashley Palmer Watts, il braccio destro di Heston Blumenthal. La sua gavetta è durata 4 anni, teoricamente pochi per diventare uno chef importante, ma avrete ormai capito che Chan è uno che brucia le tappe.

Uno dei piatti di Ikoyi, foto di Lotus
in foto: Uno dei piatti di Ikoyi, foto di Lotus

Si presenta un'occasione con l'amico Iré Hassan-Odukale di aprire un ristorante nel cuore di Londra, lui che in quel momento fa l'assicuratore ma che ha già avuto esperienza di management della ristorazione. Jeremy e Iré colgono al volo l'assist che il destino ha fornito loro e schiacciano a canestro con veemenza, restando coerenti a se stessi. Dopo un anno dall'apertura, la Guida Michelin gli conferisce la Stella, poco dopo arriva la chiamata da Masterchef, forse imbeccati da quella vecchia volpe dall'occhio lungo di Giorgio Locatelli che già lo scorso anno fece grandi endorsment nei confronti del cuoco di Ikoyi, come quest'anno ha fatto con Karime Lopez.

Ikoyi è un ristorante rivoluzionario, ma non definitelo fusion

Parlare di Ikoyi come ristorante fusion sarebbe facile, è addirittura invitante: lo chef di origini cinesi con l'amico di origini nigeriane che fanno una cosa insieme. Che ci vuole? Ma è lo stesso Jeremy Chan a dire in tutte le interviste, in tutte le lingue che conosce, che parlare di Ikoyi come "ristorante africano" o ancor peggio come "ristorante fusion", è una cosa che odia perché gli dà l'idea di "spremere due culture per unirle, perdendo irrimediabilmente qualcosa". Il ristorante di Jeremy Chan è qualcosa di nuovo, innovativo, che vuole offrire esperienze ai clienti partendo dalle sensazioni del cuoco che le cucina. La volontà dei due soci è tutto sommato semplice: non si fa condizionare dalla provenienza dei prodotti, purché siano assolutamente incredibili.

foto di Lotus
in foto: foto di Lotus

È tutto bellissimo certo, ma all'inizio le cose non vanno come sperato da Jeremi e Iré: il ristorante è meraviglioso, ma non entra mai nessuno. Nonostante eccellenza, consistenza, originalità, personalità del locale, non sfonda nel cuore dei londinesi. Proprio quando le cose sembrano volgere al termine il passaparola su questo originale, incredibile ristorante a due passi da Piccadilly Circus comincia a girare. In un panorama molto competitivo come quello londinese Ikoyi è un bistrot dal prezzo medio ancora oggi accessibile e che prima della Stella Michelin lo era ancora di più. Proprio così, nel passaggio dalla crisi alla popolarità il ristorante di Jeremy Chan è stato visitato dai temutissimi ispettori della Guida Michelin che lo hanno inserito nella Guida Rossa. Il prezzo dei menu come detto ancora oggi è basso per Londra: il menu della sera, con 11 portate, costa 148 euro, quello del pranzo 57 euro, con una carta dei cocktail che si aggira, mediamente, sui 15 euro a drink. Prezzi in linea con l'Italia per una cucina stellata, in alcuni casi anche sottostimati, ma decisamente economici per la carissima scena londinese.

I piatti e la cucina di Jeremy Chan

Abbiamo detto che Ikoyi non è un ristorante africano ma non è neanche un ristorante fusion. Che cucina questo chef allora? Nella puntata di Masterchef dello scorso anno ha portato un assaggio della sua idea di cucina, elegante ma mai pretenziosa. Il primo è fatto con platano, sale di lampone, emulsione di scotch bonnet e peperoncino affumicato; il secondo è un riso jollof affumicato composto da riso jasmine thailandese, brodo jollof, zabaione di granchio e insalata di granchio; infine, un astice moin-moin: astice con fagioli, salsa di guanciale e torta moin-moin con insalata di astice e rapa all'infusione di ibisco. Tre piatti complessi e stratificati, con ricette che prevedono specifici passaggi.

Uno dei piatti di Ikoyi, foto di Lotus
in foto: Uno dei piatti di Ikoyi, foto di Lotus

L'influenza dell'Africa Occidentale è evidente negli ingredienti, meno nelle tecniche anche perché lo stesso chef ha ammesso che in Africa ci è andato una volta sola, per tre o quattro giorni, giusto il tempo di avere un’esperienza diretta di certi sapori altrimenti filtrati dal socio Iré. La verità è che Jeremy Chan si prende la licenza di mettere in carta i piatti che gli piacciono, quelli che vorrebbe mangiare, che vorrebbe assaporare, usando le tecniche che ha trovato lungo il suo cammino senza preoccuparsi troppo della loro corrispondenza a una determinata cultura. Per questo motivo anche l'etichetta di West African Cuisine gli sta stretta, per questo motivo i piatti di Jeremy Chan sono all'altezza dei grandissimi ristoranti senza il bisogno di essere rinchiusi in una definizione precisa.