Quando si parla di donne in cucina si rischia di cadere spesso nella retorica: ci vorrebbero più cuoche nelle cucine professionali, la presenza femminile a congressi e premi è troppo ridotta, il tocco femminile è essenziale. Ma quanti di questi temi vengono poi analizzati alla luce di quello che ogni giorno succede tra i fornelli di un ristorante? Cadere sull'astrattismo, è facilissimo: a tutti piacerebbe che il gap di genere in Italia non fosse così accentuato in ogni settore. Ma cosa deve superare poi una donna per affermarsi nel suo lavoro? Quanti ostacoli, umiliazioni, quanto lavoro in più deve mostrare di saper sostenere per accedere a un ruolo di potere?

Per queste e altre domande abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Victoire Gouloubi, chef di origini congolesi che vive in Italia da moltissimo tempo: 20 anni di professione nel nostro Paese, scontrandosi con pregiudizi e veri e propri atti di mobbing, a volte perpetrati quasi inconsapevolmente dai suoi colleghi. Perché la normalità, nelle cucine, è sempre stata questa: "Si dice sempre che le donne in cucina sono fragili, come burro sciolto, ma in realtà non è così", afferma con forza Victoire.

La questione della forza fisica, per primo: una donna in cucina lavorerebbe meno dei suoi colleghi perché dotata di scarsa forza fisica, una delle generalizzazioni più diffuse che esistano. Esistono cuoche che sollevano casse immense di prodotti, oppure chine ore e ore su lavori difficili, minuziosi e pesanti fisicamente: sembra quasi ridicolo doverlo raccontare. Eppure ce n'è bisogno, perché la parità di opportunità fra donna e uomo passa anche dalla nostra capacità di sradicare stereotipi che sembrano quasi di un'altra epoca.

Se la disparità della retribuzione è uno dei temi più dibattuti in merito alla questione femminile, molto spesso se ne tacciono altri; sappiamo bene quante donne lavorino in ruoli di subalternità a un capo, tendenzialmente uomo, e quante invece riescano a migliorare la propria posizione, arrivando a ruoli da leader: pochissime. In cucina c'è l'abitudine a relegare le donne ai lavori più umili – fondamentali certo – senza nessuna possibilità di crescita professionale: "Quando tu hai la capacità di pedalare come gli altri, a lavare le insalate, a scaricare solo la merce, ti perdi una parte della tua formazione".

Stare in una cucina professionale per una donna vuol dire ancora oggi dover rinnegare se stessa e la propria specificità: "Rinnegavo anche il fatto che avevo il ciclo, se me lo chiedevano dicevo no: perché se sei donna in cucina non puoi neanche nominarlo, è come se stessi portando qualcosa di abominevole… Ho dovuto mostrami ‘più maschile', nascondere la mia femminilità". Dai contesti più crudi, in cui si subiscono "scherzi" che colpiscono dritto cuore e orgoglio, come quelli raccontati da Victoire nell'intervista, ai contesti in cui c'è un misto di diffidenza e competitività, cosa che porta le donne a essere escluse dalle chance che si presentano. "La brigata è un branco e spesso ci si ritrova tutto il branco contro… c'è la paura di denunciare queste cose perché si può essere allontanati dal branco, e se non fai parte del branco automaticamente non fai parte di quella cucina". Denunciare, in questi contesti, significa spesso inimicarsi ancora di più il "branco" da cui dovremmo "essere accettate".

Non si parla solo di colleghi: spesso la discriminazione avviene "a monte" e, quando succede, ci sono pochissime possibilità di invertire la rotta ai piani inferiori. "Io ricordo in passato ci fu un colloquio in cui mi domandarono se avevo rapporti intimi con mio marito spesso e se avevo intenzione di rimanere incinta: è stata una cosa che mi ha spiazzato", racconta Victoire. "Mi sono ritrovata con il mondo del mio lavoro che mi ha di fatto messo un no di fronte."

La questione della maternità, poi, è fra le più scottanti: se una donna resta incinta in molti ambiti viene vista come una sorta di "traditrice". Non fa eccezione la cucina, un ambiente che se possibile acutizza la situazione, perché il personale, da sempre in Italia, è sottoposto a ritmi disumani: "Ci sono pochissime donne chef che sono anche madri… quando hai un ristorante in mano non ti puoi concedere un passeggiata il sabato pomeriggio, o il sabato sera al cinema, figuriamoci rimanere incinta. Essere madre significa prendere la maternità e fermarti."

"Ho perso una gravidanza. Io ricordo che avevo la febbre da due giorni ma andavo comunque a lavorare" ci confida Victoire. "Quando tu hai una brigata e sai che in quel momento non c'è nessuno che ti possa sostituire, non puoi dire ‘abbandono la brigata' perché la brigata per uno chef è come un figlio… Qualcuno dirà sei stupida, potevi fermarti immediatamente… Io ho deciso di restare finché non si fosse trovato un sostituto. Quel momento lì è stato fatale e io ho perso la gravidanza… E la gravidanza è la vita."

Come reagire: essere libere, creative, decise e coraggiose

"Non è tristezza, è rabbia": questo passaggio dell'intervista con Victoire ci ha particolarmente colpiti. Perché è giusto che ci sia della rabbia, ma questa rabbia non deve trasformarsi in rancore: piuttosto deve diventare energia positiva, come quella di Victoire, un'energia che coinvolge e stravolge, perché gli ostacoli alla realizzazione femminile siano scardinati dalla nostra società con fermezza e, allo stesso tempo, con gioia. Perché una società libera da pregiudizi, vuol dire una società migliore e più giusta per tutti. "Siate donne, non rinnegate il vostro corpo, non rinnegate il ciclo mestruale, non rinnegate la voglia di gravidanza… Siate donne, perché la cucina stessa è donna".

Questo è il messaggio che vogliamo mandare non solo alle aspiranti cuoche, ma a tutte le donne che decidono di intraprendere una carriera considerata da tutti "maschile". "Siate consapevoli che andate verso un lavoro difficile, perché questo mondo ti mette con le spalle al muro, ti dice che tu non puoi avere una vita, non puoi fare figli… però poi arriva quel momento in cui tu dici basta, ho un cuore che pulsa come il vostro". Siate coraggiose, siate creative, siate decise e siate libere: perché è su questo che si gioca il futuro della nostra società e lo spessore dei rapporti umani (e professionali) che andremo a costruire negli anni a venire.