24 Gennaio 2023 11:00

“Questo caffè è una ciofeca”, ma il caffè ciofeca esiste davvero: ecco cos’è

Che cos'è la ciofeca e perché viene chiamato così un caffè (ma una qualsiasi bevanda cattiva) fatto male? In realtà si tratta di un antico drink ottenuto dalle ghiande, e non era nemmeno così male. L'origine dello 'sfortunato' detto.

A cura di Alessandro Creta
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"Questo caffè è proprio una ciofeca", quanti di noi non hanno mai pronunciato almeno una volta una frase del genere, descrivendo con accezione a dir poco negativa un espresso non venuto sufficientemente a dovere. L'espressione, entrata ormai nel lessico popolare e utilizzata comunemente specialmente al Sud, è un modo senza dubbio ironico (ma forse nemmeno troppo) per riferirsi a un caffè bruciato, annacquato o con altri evidenti difetti che non lo rendono piacevole al palato. Anzi, lo diciamo chiaramente, un caffè rivelatosi una vera schifezza.

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Eppure la ‘ciofeca‘ è una bevanda realmente esistente (un tempo particolarmente diffusa al Sud) e, assicura chi ha avuto modo di assaporarla, nemmeno così male. Una bevanda per certi versi simile al caffè il cui nome, suo malgrado, nel lessico e nella cultura popolare ormai è diventato sinonimo di qualcosa di scadente. Ma per quale motivo? Andiamo per gradi.

Che cos'è la ciofeca

"Ciofèca (o ciufèca) s. f. [di etimo incerto, forse dallo spagn. chufa «mandorla per fare un’orzata»], roman. – Bevanda di sapore cattivo: altro che caffè lungo, questa è una ciofeca", letteralmente la definizione che ne dà la Treccani, per quanto l'etimologia rimanga piuttosto incerta e confusa. Partiamo quindi da questo presupposto. La ciofeca c'è, esiste, ed è una bevanda oggi molto di nicchia consumata in particolar modo al Sud, in Calabria per la precisione anche se pare in passato sia arrivata anche nei territori delle odierne Basilicata, Puglia e Sicilia. E un collegamento con il caffè esiste pure: questo drink dimenticato infatti si ottiene da ghiande tostate e polverizzate (proprio come i chicchi del caffè) poi messe in infusione in una sorta di moka. Il nome? Deriverebbe dal termine arabo safek (gli Arabi poco prima dell'anno Mille arrivarono nell'odierna Calabria), equivalente di ‘bevanda poco energetica‘.

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Una bevanda ottenuta dalle ghiande tostate è sicuramente curiosa, considerando anche come oggi il frutto della quercia sia destinato soprattutto all'alimentazione dei maiali. Eppure un tempo pare fosse al centro di numerosi commerci, materia prima utile per ottenere anche particolari farine. Ma, in tutto ciò, di cosa sa la ciofeca? Il sapore pare non sia nemmeno così cattivo, a metà tra l'orzo e il caffè, con colore naturalmente molto scuro. Con il passare del tempo la sua tradizione si è andata via via spegnendo, al punto praticamente da scomparire dal contesto quotidiano. Detto ciò però ancora non abbiamo capito il motivo per il quale un caffè cattivo, o più in generale una bevanda dal sapore non piacevole, venga denominato ciofeca. Tutto sarebbe da ricondurre a Napoli, e a Totò per la precisione.

Perché il caffè cattivo è una "ciofeca": tutta colpa di Totò

Curioso come il termine tra i più dispregiativi per descrivere un caffè cattivo sia nato nella città italiana simbolo di questa bevanda: Napoli. E per la precisione è stata un'innocente, almeno nelle intenzioni, battuta di Totò nel film Totò a Colori a legare in modo indissolubile l'appellativo ciofeca a un caffè imbevibile. Da ‘bevanda poco energetica' a ‘bevanda che sa di poco' il passo è stato breve, insomma.

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Il Principe De Curtis aveva, forse in modo inconsapevole, appena creato un nuovo modo di dire, favorito dal successo della pellicola datata 1952. Da quel momento in poi anche nel linguaggio popolare di fatto qualsiasi caffè (ma più in generale drink) dal cattivo sapore è diventato automaticamente una ciofeca. Con buona pace di chi, un tempo, questa speciale bevanda la realizzava, bevendola anche con gusto.

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