
Il caffè per gli italiani è molto più di una semplice bevanda: è un rito che accompagna le giornate di milioni di persone, dalla tazzina del mattino a quella dopo pranzo, passando per la pausa in ufficio o il momento di relax a fine cena. Ma è soprattutto a casa che continuiamo a berlo: secondo la più recente ricerca di Altroconsumo, il 95% dei consumatori dichiara di berlo abitualmente caffè tra le mura domestiche.
A cambiare, però, è il modo in cui lo prepariamo. Se per generazioni il caffè fatto in casa è stato quasi sinonimo di moka, oggi le abitudini sono molto più frammentate e moka e capsule sono ormai praticamente alla pari: la moka rappresenta infatti la modalità prevalente di preparazione per il 32,5% dei consumatori, contro il 31,2% delle capsule. Seguono le cialde, con il 16,7%, e le macchine espresso con caffè in grani, scelte dal 15,2%.
È uno dei dati più interessanti della nuova indagine “Evoluzione delle abitudini di consumo del caffè in Italia”, realizzata dal Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food e svolta da Altroconsumo su un campione di oltre 1.200 consumatori. Una fotografia che racconta non solo quanto caffè beviamo e come lo prepariamo, ma anche quanto sappiamo davvero di quello che finisce ogni giorno nelle nostre tazzine.
Moka o capsule? Come è cambiato il caffè che beviamo a casa
Nonostante il cambiamento nelle modalità di preparazione, il rapporto degli italiani con il caffè rimane saldissimo. Tre italiani su quattro bevono regolarmente caffè e, tra chi sceglie l'espresso, l'83% lo consuma ogni giorno. Il risultato è un consumo complessivo annuo di 287.143 tonnellate, pari a 4,9 kg pro capite e a circa 812 tazzine di espresso all'anno per persona.
Il caffè continua inoltre a essere fortemente legato all'identità del Paese: circa un italiano su due (49,5%) lo indica tra gli elementi che meglio rappresentano lo stile di vita e la cultura italiana, praticamente alla pari con la pasta e subito dopo pizza e patrimonio artistico.

Anche il bar continua ad avere un ruolo importante: se il 95% dei consumatori dichiara di bere abitualmente caffè a casa, mentre il 79% dichiara di consumarlo anche al bar. Il momento del caffè mantiene infatti una forte sfumatura conviviale: per il 72% è un'occasione per fare una pausa o stare in compagnia e l'87% lo associa al piacere personale.
Cambiano anche i luoghi in cui lo compriamo: il supermercato rimane il principale punto di riferimento, scelto dal 78% dei consumatori, ma il 29% acquista caffè anche online. E nella scelta del prodotto a guidare è soprattutto il gusto: per circa il 76% è un elemento molto importante o fondamentale, davanti a offerte e prezzo, marca e tipologia di caffè.

Ma da dove arriva il caffè che prepariamo ogni giorno?
Che sia preparato con la moka, con una capsula, con una cialda o con una macchina automatica, c'è però una domanda a cui molti consumatori non saprebbero rispondere: da dove arriva il caffè che beviamo? È qui che emerge uno dei paradossi più interessanti dell'indagine. Gli italiani amano il caffè, ma non sempre lo conoscono: più della metà dei consumatori dichiara di non essere informata sulle diverse fasi della sua produzione e appena il 27% sa che in Italia non viene coltivato caffè verde, a parte piccole quanità poco signiicative sul mercato.
La materia prima utilizzata per produrre il caffè che troviamo al supermercato, nelle capsule o nelle miscele servite al bar arriva infatti in larghissima parte dai Paesi produttori. L'Italia importa 641.234 tonnellate di caffè verde, incluso il decaffeinato: circa due terzi Arabica e un terzo Robusta.
Brasile e Vietnam, da soli, rappresentano il 57% dei volumi e il 54% del valore delle importazioni italiane di caffè verde. A livello mondiale, invece, la produzione raggiunge 179 milioni di sacchi, con Brasile, Vietnam, Uganda, Colombia e Indonesia ai primi cinque posti tra i Paesi produttori extra UE.

Il caffè della moka e quello del bar vengono dagli stessi Paesi?
Bere un espresso al bar oppure preparare una moka a casa non significa necessariamente bere caffè proveniente da Paesi diversi: a cambiare possono essere la miscela scelta dal produttore, le varietà utilizzate, la tostatura, la macinatura e naturalmente il metodo di estrazione. Alla base, però, c'è la stessa filiera internazionale: il caffè verde viene coltivato nei Paesi produttori e successivamente importato in Italia, dove viene lavorato e tostato. Una stessa miscela può inoltre contenere chicchi provenienti da più Paesi e combinare Arabica e Robusta in proporzioni differenti.
Per sapere da dove arriva esattamente il caffè che stiamo bevendo, quindi, bisogna guardare le informazioni fornite dal produttore sulla confezione o sulla miscela utilizzata dal bar: non esiste un'unica provenienza del “caffè italiano”.
Se il caffè non cresce in Italia, perché siamo primi in Europa?
È proprio nella trasformazione che l'Italia assume un ruolo di primo piano: nel 2025, infatti, sono state prodotte 424.168 tonnellate di caffè lavorato e tostato, un volume che, secondo l'indagine di Altroconsumo e Unione Italiana Food, colloca il nostro Paese al primo posto nell'Unione europea per il caffè tostato. Il comparto conta circa 1.000 torrefazioni e sviluppa un fatturato di 5,9 miliardi di euro.
Dietro uno dei gesti più semplici e riconoscibili della quotidianità italiana, quindi, c'è un settore industriale importante che parte da una materia prima coltivata a migliaia di chilometri di distanza e prosegue in Italia attraverso tostatura, trasformazione e commercializzazione. È proprio questo passaggio a spiegare un'apparente contraddizione: l'Italia non è un grande Paese coltivatore di caffè, ma è uno dei protagonisti della sua trasformazione.

Dal chicco alla tazzina: perché l'origine del caffè conta sempre di più
Quella del caffè è quindi una filiera che lega in maniera strutturale l'Italia ai Paesi produttori e che oggi si confronta con uno scenario internazionale in profonda trasformazione: concentrazione geografica della produzione, tensioni sul lato dell'offerta, cambiamento climatico, necessità di incrementare produttività e qualità nei Paesi d'origine e sostenibilità ambientale e sociale.
Particolare attenzione è rivolta all'Africa, continente con un enorme potenziale produttivo e strategico. È qui che entra in gioco l'ACT Coffee Programme, iniziativa di punta del Piano Mattei per l'Africa e del Global Gateway dell'Unione Europea. Lanciato nel marzo 2025 dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (UNIDO) con il finanziamento della Cooperazione Italiana, l'ACT Coffee Programme (Advancing Climate-Resilience and Transformation in African Coffee) nasce con l'obiettivo di rafforzare la resilienza climatica dei Paesi produttori, sviluppare competenze locali, aumentare il valore generato nei territori di origine e promuovere nuove partnership tra istituzioni, organizzazioni internazionali e settore privato.
Il programma è attivo in cinque Paesi prioritari – Etiopia, Kenya, Malawi, Tanzania e Uganda – con un modello pensato per estendersi a tutto il continente. Perché dietro la moka preparata ogni mattina, la capsula inserita nella macchina o l'espresso ordinato al bancone del bar c'è una filiera molto più lunga di quanto immaginiamo, che comincia ben prima che il caffè arrivi in Italia.