video suggerito
video suggerito
5 Agosto 2026 16:52

Diego Rossi toglie i suoi piatti simbolo dal menu: il paradosso di criticare i social attraverso i social

Eliminare i piatti simbolo è una scelta legittima. Più discutibile è raccontarla come una battaglia contro i social, affidandola proprio ai canali che vivono di viralità.

A cura di Francesca Fiore
0
Immagine

La decisione di Diego Rossi, chef di Trippa a Milano, di eliminare dalla carta due dei suoi piatti più celebri – il vitello tonnato e le tagliatelle burro e parmigiano – ha acceso un dibattito che va ben oltre la cucina. Secondo quanto spiegato dallo stesso Rossi, quei piatti erano diventati troppo identificativi del ristorante e finivano per attirare una clientela interessata soprattutto a ordinare ciò che aveva visto sui social, fotografarlo e condividerlo, senza prestare attenzione al resto del menu, costruito invece sulla stagionalità e sulla continua evoluzione. È una scelta che uno chef ha tutto il diritto di compiere: il menu è una forma di espressione personale e nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a riproporre all'infinito gli stessi piatti.

Eppure questa vicenda pone alcune domande interessanti sul rapporto tra cuoco e cliente, tra creatività e mercato, tra autenticità e comunicazione. Perché, al di là delle intenzioni di Rossi, il messaggio che è passato è quello di una presa di distanza da quei clienti che hanno contribuito a rendere celebri proprio quei piatti. Ed è qui che il dibattito diventa davvero interessante: non tanto sulla libertà di uno chef di cambiare menu, che è fuori discussione, quanto sul modo in cui questa scelta è stata raccontata e sul messaggio che ne è derivato.

Il cliente non è (e non può essere) il problema

L'idea che il cliente che ordina il piatto iconico sia in qualche modo un cliente "sbagliato" lascia qualche perplessità: chi visita un ristorante per la prima volta cerca naturalmente di assaggiare ciò che lo ha reso famoso. È successo per decenni, ben prima dell'arrivo di Instagram: anche prima dell'era social si viaggiava per mangiare una particolare pasta, una pizza diventata leggendaria, un dessert di cui tutti parlavano. Oggi semplicemente quei racconti passano anche attraverso uno smartphone.

Se migliaia di persone desiderano il vitello tonnato di Trippa, forse non è perché sono vittime dell'algoritmo, ma perché quel piatto rappresenta il lavoro dello chef meglio di qualsiasi comunicato stampa. Un piatto iconico non nasce per caso: nasce perché è stato giudicato eccellente da migliaia di clienti che lo hanno consigliato ad amici, recensito, raccontato e condiviso. In fondo è proprio il pubblico ad aver costruito quella reputazione.

Per questo viene da chiedersi se eliminare il simbolo del proprio ristorante non significhi, almeno in parte, prendere le distanze anche da quel percorso condiviso con i propri clienti. Un piatto che diventa un classico non appartiene più soltanto a chi lo ha creato: entra nell'identità del locale e nelle aspettative di chi decide di viverne l'esperienza.

Immagine

Il paradosso dei social: una scelta legittima trasformata in un caso mediatico

Diego Rossi è naturalmente liberissimo di togliere dal menu qualsiasi piatto, compresi quelli che hanno reso celebre il suo ristorante. Uno chef non può essere condannato a ripetere per sempre le stesse preparazioni, né dovrebbe diventare prigioniero dei propri signature dish. Il punto, quindi, non è la decisione gastronomica, che rientra pienamente nella sua autonomia professionale: il punto è aver sentito il bisogno di accompagnarla con un'intervista e con una critica pubblica rivolta, più o meno direttamente, ai clienti che ordinano quei piatti, li fotografano e li condividono online.

Sarebbe bastato toglierli dalla carta, lasciare spazio a nuove proposte e spiegare la scelta, eventualmente, a chi ne avesse chiesto il motivo.  Nel momento in cui, invece, la decisione viene raccontata pubblicamente e affidata ai media, nasce una contraddizione difficile da ignorare. Se davvero il problema è l'eccessiva attenzione mediatica verso alcuni piatti, sorprende che la scelta sia stata comunicata proprio attraverso gli strumenti destinati a generare ulteriore attenzione. La notizia è stata rilanciata da giornali, siti di settore, post, reel e discussioni online, riportando ancora una volta al centro dell'attenzione proprio quei piatti che si volevano sottrarre alla logica della viralità.

Non significa che si sia trattato di una strategia di marketing e sarebbe scorretto affermarlo senza prove. Ma l'effetto finale è evidente: si critica la logica dei social utilizzando esattamente i meccanismi che rendono un contenuto virale. Così una normale modifica del menu è diventata un caso nazionale, alimentando proprio quella dinamica che si voleva contestare.

Dove finisce il diritto dello chef e dove inizia quello del cliente?

Naturalmente uno chef deve poter cambiare menu quando lo ritiene opportuno: la cucina vive di ricerca, sperimentazione e stagionalità, e nessun professionista dovrebbe diventare ostaggio dei propri piatti più celebri. Ma un ristorante non è nemmeno un laboratorio chiuso al pubblico, né il cliente dovrebbe essere trattato come qualcuno da rieducare perché osa desiderare proprio ciò che ha reso famoso quel locale. Chi prenota un tavolo lo fa spesso per assaggiare un piatto visto, letto o raccontato: non è superficialità, è una conseguenza naturale della reputazione costruita dal ristorante stesso. Liquidare questa aspettativa come semplice ricerca della foto da pubblicare sui social rischia di diventare una comoda caricatura del pubblico.

Il cliente non entra in sala per dimostrare di aver capito la filosofia dello chef, ma per mangiare bene e vivere un'esperienza all'altezza delle promesse. Se poi scoprirà anche il resto del menu, tanto meglio. Ma togliere il piatto più desiderato con l'idea implicita di indirizzarlo verso scelte considerate più consapevoli rischia di trasformare l'ospitalità in una lezione non richiesta. La grande ristorazione è ricerca e innovazione, certo, ma senza ascolto rischia di diventare pura autoreferenzialità.

Una riflessione che riguarda tutti

La vicenda di Diego Rossi è interessante proprio perché supera il caso specifico e fotografa una tensione che attraversa tutta la ristorazione contemporanea. Da una parte ci sono chef che rivendicano il diritto di non essere identificati con due o tre piatti diventati virali. Dall'altra ci sono clienti che, grazie anche ai social, scoprono nuovi ristoranti, viaggiano, prenotano e contribuiscono concretamente al loro successo. I social non sono soltanto uno strumento che banalizza la cucina; sono anche il mezzo che ha permesso a moltissimi locali indipendenti di farsi conoscere senza grandi investimenti pubblicitari. Per questo attribuire a Instagram la responsabilità di un rapporto troppo superficiale con il cibo rischia di essere una semplificazione.

Il problema, forse, non è il mezzo, ma l'uso che se ne fa. Se un cliente fotografa un piatto perché lo ha emozionato, sta davvero impoverendo l'esperienza gastronomica oppure la sta semplicemente raccontando con gli strumenti del suo tempo? La vera domanda, allora, è un'altra: se oggi tutti stanno discutendo del vitello tonnato scomparso invece che dei nuovi piatti di Trippa, questa operazione ha davvero riportato l'attenzione sulla cucina o ha semplicemente prodotto l'ennesimo caso mediatico? Perché, paradossalmente, la battaglia contro la cultura della viralità sembra essersi combattuta utilizzando esattamente le armi della viralità stessa. Ed è forse questa la contraddizione più interessante lasciata in eredità da tutta questa vicenda.

Immagine
Quello che i piatti non dicono
Segui i canali social di Cookist
api url views