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16 Luglio 2026 16:57

Cosa si mangia nell’Odissea: il cibo, il vino e i banchetti del viaggio di Ulisse

Dal formaggio di Polifemo alla misteriosa bevanda di Circe, il poema di Omero racconta un Mediterraneo antico fatto di fame, ospitalità e riti legati alla tavola.

A cura di Rossella Neiadin
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Con l'arrivo al cinema dell'attesissima Odissea di Christopher Nolan, c'è il forte rischio che il lato più concreto del poema omerico, ovvero la ricerca del cibo, venga fagocitato dagli effetti speciali. Eppure, grattando via i capricci del destino e la proverbiale ira di Poseidone, ci si accorge in fretta che il viaggio di Ulisse verso Itaca è mosso anche dallo stomaco, descritto in una lunga e avvincente cronaca di gente perennemente affamata.

Nell'antica Grecia, sedersi a tavola era come mostrare un documento d'identità, lo strumento più diretto per comunicare al mondo il tuo posizionamento sociale. Dimmi cosa mastichi, in che modo lo cucini e soprattutto come lo offri, e ti dirò se sei un uomo o un barbaro. In un mondo in cui l'uso delle posate era una prospettiva ancora lontana, ogni approdo dell'opera si risolve inevitabilmente attorno al cibo. Un pasto offerto, negato, sottratto o incantato diventa così lo spartiacque definitivo tra chi fa parte del mondo civilizzato e chi prospera allo stato brado.

Prima di entrare nel vivo conviene però rimettere in fila gli eventi, perché il poema parte quasi dalla fine del racconto. All'alzarsi del sipario Itaca è già occupata dai Proci e i primissimi versi si dispongono su una tavola apparecchiata: Telemaco, figlio di Ulisse, rifocilla un ospite appena sbarcato, ignaro che sotto quelle vesti si nasconda la Dea Atena. Poi il ragazzo salpa speranzoso in cerca di notizie del padre, che langue da anni sull'isola di Calipso. Le avventure che tutti conosciamo, dai Lotofagi alle vacche del Sole, le racconta lo stesso protagonista in un lungo flashback, comodamente seduto al banchetto dei Feaci che lo hanno appena raccolto naufrago. La storia più celebre dell'Occidente nasce insomma a tavola, tra una portata e l'altra, e qui la ripercorriamo nell'ordine in cui Ulisse la imbandisce per i suoi anfitrioni.

Perché i Greci si definivano "mangiatori di pane"

Nell'Odissea la natura umana si rivela nel canto VIII attraverso una dichiarazione inequivocabile: i Greci si definiscono orgogliosamente mangiatori di pane, un'espressione che si fa emblema del vivere civile. La panificazione presuppone infatti la presenza di campi arati, di un’organizzazione, di strumenti come macine e forni gestiti da individui che cooperano tra loro.

Tornando al racconto, ogni volta che la flotta tocca una costa sconosciuta, l'ossessione primaria di Ulisse è sempre la stessa: scoprire se i nativi impastino farina o meno. Fa sorridere però l'ironia tutta hollywoodiana di un Matt Damon che, proprio per interpretare il mangiatore di pane più celebre della classicità, ha preteso un rigoroso regime gluten free durante le riprese italiane del film.

Polifemo era un mostro o un casaro?

L'antro del Ciclope rappresenta il palcoscenico gastronomico più iconico e brutale dell'intera opera. Limitandosi all'inventario della sua dispensa, Polifemo sembrerebbe a tutti gli effetti un casaro navigato. In quella grotta Odisseo si imbatte in graticci che gemono sotto il peso delle forme, secchi traboccanti di latte appena munto e greggi di agnelli meticolosamente divisi per età. L'illusione di trovarsi di fronte a un imprenditore agricolo sfuma però rapidamente, poiché il mostro ignora i rudimenti della coltivazione, beve esclusivamente liquidi non pastorizzati e considera gli ospiti inattesi una fonte di proteine alternative.

Per fortuna a ribaltare l'esito della mattanza ci pensa proprio quel vino scuro e denso che Marone, sacerdote di Apollo, aveva regalato all'eroe itacese durante la sosta a Ismaro. Parliamo di un liquido dalla gradazione talmente alta da esigere una diluizione monumentale (venti parti d'acqua per una sola di vino). Se per la sensibilità ellenica tracannare alcol in purezza era considerato lo sfregio supremo dei barbari, il gigante se lo scola come fosse gazzosa, crollando in un coma etilico che spalancherà la strada al celebre palo arroventato.

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Cosa c'era davvero nella bevanda di Circe

Quando i naviganti si spingono nei domini di Circe, la padrona di casa li accoglie servendo loro cibo e un intruglio chiamato ciceone, in greco kykeon, che significa "mistura". La ricetta, snocciolata con precisione nel canto X, descrive un preparato a base di formaggio caprino grattugiato, farina d'orzo e miele, il tutto disciolto nel vino di Pramno. Nella lista degli ingredienti compaiono anche i pharmaka, le droghe che la maga aggiunge per tramutare i marinai in suini, colpevoli di essersi gettati sul buffet con intollerabile ingordigia.

Per quanto oggi l'idea di tuffare scaglie di formaggio negli alcolici possa farci ribrezzo, nell'antichità era considerato un corroborante infallibile; l’importanza culturale di questo beverone trova una sponda solida persino nell'archeologia funeraria, visti i ritrovamenti di antiche grattugie sepolte nelle tombe dell'aristocrazia etrusca.

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Perché le vacche del Sole erano intoccabili

Lasciata Circe e sopravvissuto alla discesa nell'Ade, al canto delle Sirene e alla stretta micidiale tra Scilla e Cariddi, l'equipaggio approda infine a Trinacria, un territorio che fin dall’antichità viene sovrapposto alla Sicilia. Nelle sue praterie pascolano le mandrie sacre del dio Sole, suddivise in sette branchi da cinquanta bovini e altrettante greggi di pecore, sorvegliate a vista da due ninfe.

Ulisse, che conosce le profezie sul conto di quegli animali, vorrebbe tirare dritto senza nemmeno accostare, ma i compagni sfiniti impongono la sosta. Per capire la gravità di quello che segue serve una premessa. Nella rigida architettura sociale greca la carne bovina costituiva un lusso vertiginoso, ancorato indissolubilmente alla thysía, il rito sacrificale offerto alle divinità. Le grigliate improvvisate per puro diletto erano fuori discussione, figurarsi macellare il bestiame personale di un dio.

Isolati per settimane dai venti contrari e logorati dalla fame, i compagni di Odisseo si riducono prima a pescare con ami ricurvi qualunque cosa capiti a tiro, in un'epica in cui gli eroi non toccano mai il pesce, considerato il cibo della povera gente. Poi cedono alla follia e provano a imbastire un sacrificio improvvisato: uccidono e cuociono gli animali proibiti, rimpiazzando il canonico orzo bianco e il vino da libagione con delle foglie di quercia e della semplice acqua.

La reazione del pantheon non si fa attendere e i prati si trasformano in un teatro dell'orrore, con le pelli degli animali scuoiati che prendono a strisciare per terra e i tagli di carne che iniziano a muggire sinistramente dagli spiedi infuocati. L'oltraggio, protrattosi per sei grotteschi giorni di abbuffate, culminerà in un castigo totale dal quale si salverà soltanto lo scaltro Ulisse, l'unico ad aver saggiamente preferito l'astinenza. Il naufragio che segue lo scaraventa, ormai solo, sulla spiaggia di Ogigia, dove Calipso lo tratterrà per sette lunghi anni.

Cosa significa xenía e perché il banchetto era sacro

L'intelaiatura morale su cui si regge l'intera narrazione poggia le fondamenta sulla xenía, l'inviolabile e severissima legge dell'ospitalità garantita da Zeus in persona. Il protocollo antico non tollerava deroghe: il padrone di casa era obbligato ad accogliere l'ospite, fornirgli nutrimento, una coppa ricolma, un bagno caldo e un giaciglio. Questo perché dietro i cenci di un viandante infreddolito poteva serenamente nascondersi un dio sotto copertura, come Telemaco sperimenta in prima persona fin dal primo canto. Il banchetto dell'accoglienza aveva una liturgia tutta sua: la libagione di vino apriva e chiudeva il pasto, e affettare le carni davanti ai commensali era un onore che il padrone di casa delegava raramente.

Il poema dispensa esempi di un'accoglienza impeccabile, a partire dai Feaci di re Alcinoo, ultimo approdo prima di Itaca. È la principessa Nausicaa a soccorrere per prima Ulisse naufrago, armata di cesta di vivande, otre di vino e ampolla colma d'olio per il corpo; a corte lo attendono poi banchetti strabordanti di pere, mele, fichi, melograni e uva. Il momento di grazia assoluta si tocca grazie a Eumeo, lo schiavo addetto alla custodia dei maiali, che pur vivendo in condizioni di autentica miseria e ignorando di trovarsi al cospetto del proprio sovrano camuffato da mendicante, sacrifica all'istante un porcellino e lo serve insieme a del pane d'orzo.

Al polo opposto dello spettro etico bivaccano i Proci, la personificazione del parassitismo da manuale: un centinaio di pretendenti abusivi che, spaparanzati su pelli di bue e di pecora, infestano il palazzo reale divorando sistematicamente il bestiame e prosciugando le cantine del padrone di casa. Anche la resa dei conti finale tra il protagonista e gli invasori esploderà a tavola imbandita, dal momento che profanare le regole del pasto condiviso restava un crimine da espiare, obbligatoriamente col sangue.

Se all'uscita dalla sala cinematografica ti verrà voglia di rispolverare l'opera originale, il suggerimento è di ripartire dal canto IX per godere dell'impressionante piano sequenza letterario che incatena, nel giro di poche pagine, i formaggi giganti e il vino fatale. Magari fallo da seduto, in cucina, tenendo a mente che il pane e il vino che hanno scortato il pellegrinaggio decennale di Odisseo sono esattamente le stesse materie prime che abitano le nostre dispense quasi tremila anni dopo.

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