
"A tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè", diceva Pasquale Lojacono al professor Santanna nella celebre scena di ‘Questi fantasmi!', scritta da Eduardo De Filippo nel 1945. In quell'iconico dialogo dal balcone, Pasquale spiegava i segreti del caffè preparato con la classica cuccumella napoletana. Ottant'anni dopo, che si usi la caffettiera napoletana o la moka, quel rito quotidiano deve fare i conti con capsule e cialde. Questo rito mattutino una volta era il più condiviso d'Italia, ma oggi non tutti hanno la pazienza e il tempo di dedicarsi così tanto alla pratica. Anche quando dobbiamo scegliere quale prodotto acquistare, o quale marca di capsule comprare, ci affidiamo spesso all'abitudine per fare prima. Ma questa routine ripaga davvero?
Altroconsumo ha provato a scoprirlo, mettendo a confronto 15 caffè macinati per moka, includendo grandi marchi e non solo. La classifica, stilata a seguito di analisi di laboratorio, test e assaggi, regala più di una sorpresa, e forse qualcuno dovrà ripensare alle proprie abitudini. Scopriamo chi ha conquistato il podio, chi è rimasto indietro e come scegliere meglio la prossima volta.
I migliori caffè macinati secondo Altroconsumo
Nella classifica di Altroconsumo possiamo subito notare che i punteggi sono molto ravvicinati, si va dai 74 del primo posto ai 55 dell'ultimo, su un massimo che ricordiamo essere di 100 punti. La maggior parte dei prodotti, comunque, sta in una fascia compatta che va dal 65 al 74. Sul gradino più alto c'è Kimbo Espresso Napoletano, con 74/100. Segue a un soffio Caffè Vergnano 1882 Granaroma Miscela Classica, con 73. Il terzo posto è condiviso da tre prodotti a quota 72: Carrefour Classico Miscela Tradizionale, Illy Tostato Classico e Coop Caffè Classico.
- Kimbo espresso napoletano – prezzo medio 5,12 euro – 74
- Caffè Vergnano 1882 granaroma miscela classica – prezzo medio 10,06 euro – 73
- Carrefour classico miscela tradizionale – prezzo medio 3,54 euro – 72
- Illy tostato classico – prezzo medio 7,20 euro – 72
- Coop caffè classico – prezzo medio 6,28 euro – 72
- Bialetti perfetto moka classico – prezzo medio 4,88 euro – 71
- Gimoka aroma classico – prezzo medio 2,79 euro – 70
- Conad qualità classica – prezzo medio 3,45 euro – 70
- Esselunga macinato per moka classico – prezzo medio 5,46 euro – 67
- Splendid classico – prezzo medio 8,19 euro – 67
- Don Jerez (Eurospin) arabica 100% qualità oro – prezzo medio 3,61 euro – 65
- Lavazza crema e gusto – prezzo medio 9,98 euro – 64
- Lavazza qualità rossa – prezzo medio 10,86 euro – 64
- Pellini n. 42 tradizionale – prezzo medio 9,25 euro – 61
- Segafredo crema ricca – prezzo medio 4,62 euro – 55
Occhio a non farsi ingannare dalla tabella. Infatti, il prezzo medio riportato accanto a ogni prodotto si riferisce a confezioni di dimensioni diverse, quindi confrontarlo direttamente porta fuori strada. Kimbo e Vergnano, che sembrano lontanissimi con più di 5 euro di differenza, costano in realtà più o meno la stessa cifra se pesati al chilo (intorno ai 20 euro), come si può notare anche nella classifica completa stilata da Altroconsumo. Il più caro sotto questo punto di vista è Illy nel formato classico, che arriva a costare 28 euro al chilo. Dunque, se si vogliono confrontare i prezzi, sempre meglio farlo a parità di peso.
Nelle ultime posizioni troviamo Lavazza qualità rossa, ferma a 64 punti, al pari di Lavazza crema e gusto; Pellini n. 42 tradizionale, invece, ottiene una valutazione di 61/100. Chiude in quindicesima posizione Segafredo crema ricca, staccato di parecchio dal resto del gruppo.
Come fare una scelta consapevole
Di fronte a uno scaffale, la prima domanda è sempre la stessa: Arabica o Robusta? La prima tende a essere più dolce e aromatica, mentre la seconda regala un caffè più deciso, amaro e ricco di caffeina. Spesso la soluzione migliore è una miscela: la maggior parte dei caffè infatti nascono da un gioco di proporzioni tra le due, e questo – evidenzia Altroconsumo – non è affatto un difetto (così come 100% arabica non è garanzia di bontà). Guardando la confezione, poi, troviamo anche l'origine, che può affascinare ma non bisogna cadere in tranelli: sapere da dove arrivano i chicchi rende senz'altro la filiera più trasparente, ma non dice nulla, da solo, sulla qualità. Tra l'altro, non bisogna confondere il luogo di provenienza dei chicchi con quello in cui il caffè viene tostato e confezionato.

Qualcosa di simile accade con le certificazioni: sono uno strumento importante, ma bisogna capire cosa certificano davvero, senza considerare qualsiasi logo come una garanzia generale di qualità o sostenibilità. Il biologico riguarda innanzitutto il sistema di produzione e il rispetto di determinati standard di coltivazione e controllo, ma non certifica invece che il caffè abbia un gusto migliore. "Fairtrade", invece, si concentra soprattutto su aspetti economici e sociali della filiera, attraverso standard che riguardano le condizioni commerciali e i produttori, mentre schemi come "Rainforest Alliance" comprendono requisiti ambientali, sociali e relativi alla gestione delle coltivazioni.
Hanno quindi obiettivi differenti e non vanno considerate intercambiabili. Una certificazione, in pratica, è un buon punto di partenza, ma non una garanzia definitiva per chi vuole valutare complessivamente la sostenibilità di un prodotto. Nell'ultimo test di Altroconsumo, comunque, nessuno dei caffè analizzati riportava certificazioni volontarie di sostenibilità come quelle citate.
Come Altroconsumo costruisce la classifica
Il giudizio finale è basato su una serie di test: non può mancare l'assaggio, che pesa per il 40% del totale. Stavolta sessanta consumatori hanno provato i caffè alla cieca, preparati da un cuoco professionista con una moka in alluminio, e hanno dato un voto da 1 a 9 a odore, aspetto, sensazioni in bocca, aroma, gusto e piacevolezza complessiva. Subito dopo vengono le analisi di laboratorio sulla qualità, che valgono il 28%. Si misura l'umidità, che influisce sulla conservazione, la quantità di ceneri, che può rivelare tracce di sabbia o terra e quindi una minore purezza, e l'estratto acquoso, cioè ciò che si scioglie in acqua calda e che di solito fa la differenza tra un caffè "corposo" e uno più leggero. Un altro 12% è assegnato ai contaminanti: l‘ocratossina A, una tossina prodotta da muffe quando lavorazione e conservazione non sono ottimali, e l'acrilammide, che si forma quando alcuni alimenti vengono riscaldati ad alte temperature.
Restano due voci che valgono il 10% ciascuna. La prima è l'etichetta, dove si controlla che ci siano tutte le informazioni obbligatorie e anche quelle facoltative che aiutano il consumatore, come origine, tipo di miscela e modalità di conservazione. La seconda è l'imballaggio, valutato con l'aiuto di un laboratorio specializzato: si guarda ai materiali, alla presenza di un eventuale involucro superfluo e alla quantità di rifiuti che una confezione genera in un anno, ipotizzando due caffè al giorno.