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3 Luglio 2026 15:31

Bere Prosecco al “Buio”: l’incredibile esperimento a Milano

Mani nella terra e calici al buio. Così un'inedita degustazione racconta il legame tra il Conegliano Valdobbiadene e il terreno da cui nasce.

A cura di Rossella Neiadin
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Come cambia la percezione di un calice di vino quando si decide di affidarsi esclusivamente al tatto, all'olfatto e al gusto? La mostra "Dialogo nel Buio" presso l'Istituto dei Ciechi di Milano ha ospitato un'inedita degustazione del Prosecco DOCG, pensata per dimostrare il legame profondo tra l'identità del vino e la natura del suolo delle Rive.

L'evento, organizzato il 30 giugno 2026 dal Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG , ha guidato gli ospiti in un percorso sensoriale immerso letteralmente nell'oscurità, basato tutto sul contatto diretto e autentico con la terra delle bollicine.

Che cosa sono le "Rive"

Per comprendere a fondo il senso di questo esperimento, è utile chiarire un termine fondamentale per questa denominazione. Per Rive, in dialetto locale, si intendono quei versanti collinari ripidi e scoscesi che caratterizzano il territorio. Dal punto di vista del disciplinare di produzione, le Rive rappresentano degli autentici micro-terroir (in tutto sono 43 aree certificate). Si tratta di zone ben delimitate, dove la pendenza è talmente estrema da rendere impossibile l'uso dei macchinari; qui i viticoltori sono costretti a eseguire ogni operazione rigorosamente a mano, dando vita a quella che viene definita "viticoltura eroica". Di conseguenza, ogni bottiglia che reca in etichetta la menzione "Rive" racconta le sfumature uniche, pedologiche (cioè le caratteristiche del suolo) e climatiche, di uno specifico fazzoletto di terra.

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Il viaggio secolare dell’uva Glera

L'incontro ha messo in evidenza una teoria affascinante: l'idea che l'uva Glera, il vitigno base del Prosecco, abbia volutamente scelto il proprio suolo ideale, anziché farselo imporre dall'uomo. Nata storicamente su terreni calcarei e secchi nei pressi di Trieste, nei secoli la pianta si è spostata attraversando i Colli Berici e gli Euganei, fino a trovare la sua dimora d'elezione sulle ripide colline del Conegliano Valdobbiadene. In questi luoghi, caratterizzati da suoli poveri e calcarei, la vite si esprime in tutte le sue sfumature. Se acqua, luce e temperatura rappresentano il carburante, la terra si conferma il vero motore della pianta.

Quattro suoli, quattro espressioni nel calice

Guidati dal Direttore del Consorzio di Tutela Diego Tomasi, i partecipanti hanno esplorato e manipolato al buio le matrici del terreno di quattro specifiche Rive, per poi ritrovarne l'essenza all'assaggio.

  1. L’argilla rossa antica (Rive di San Pietro di Feletto): con i suoi 20 milioni di anni, è il terreno più antico della denominazione. Al tatto risulta setoso e garantisce un nutrimento costante date le sue capacità di trattenere acqua. Nel calice, il Brut "San Feletto" 2024 si presenta pieno e rotondo, con profumi agrumati e di macchia mediterranea sorretti da un'equilibrata acidità.
  2. La morena (Rive di Carpesica): un terreno formatosi circa 10.000 anni fa alla fine dell'ultima glaciazione. È ricco di sassi rotondi e sabbia fine, e serbando poca acqua sottopone spesso la pianta a una carenza idrica. Questa specifica condizione porta a un vino di straordinaria finezza, l'Extra Brut "Toni Doro" 2024, caratterizzato da aromi delicati di nocciola e frutta fresca.
  3. La marna (Rive di Guia): questa argilla mista a limo vanta un altissimo contenuto di calcare e da bagnata assume una consistenza quasi plastica. Il calcare attivo ha il pregio di stimolare fortemente la sintesi aromatica, restituendo un Extra Brut "Bortolin Angelo" 2024 di grande profondità, sapido e con intensi sentori di glicine e frutta.
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L’arenaria calcarea (Rive di San Pietro di Barbozza): una sabbia compatta ma cedevole, che consente alle radici di infilarsi nelle fessure rocciose per cercare umidità. La fatica della vite si trasforma in estrema precisione nell'Extra Brut "Rivaluce" 2024, che sfoggia un profilo teso, affilato e capace di regalare rare note esotiche.

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La biologia della terra che determina il sapore

L'esperienza ha confermato in modo tangibile che ogni suolo, attraverso la propria tessitura e i suoi componenti, induce una risposta precisa nella pianta. L'approccio sensoriale ha permesso di comprendere come la composizione fisica del terreno arrivi a incidere sulla definizione organolettica in maniera così indelebile da superare, talvolta, l'effetto del clima.

Un messaggio incisivo diffuso dal Consorzio di Tutela, ente privato nato nel 1962 che oggi raggruppa oltre 3200 famiglie di viticoltori, tutelando l'identità unica di un territorio che abbraccia 15 comuni veneti.

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