Arriva il marchio “Cucina Tipica Lombarda”: ecco cosa significa e che prevede

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Una grande opportunità per i ristoranti? Un modo per valorizzare la tradizione? Proviamo a tracciare i confini di questo nuovo marchio, istituito per legge e volto a tutelare i prodotti della tradizione lombarda.

La Lombardia ora ha una legge tutta sua per difendere la cucina del territorio. Il Consiglio regionale ha infatti approvato in via definitiva il provvedimento per la valorizzazione e la promozione della cucina tipica lombarda, istituendo anche un marchio pensato per i locali. Sul piano istituzionale è una novità: una Regione non aveva mai creato un riconoscimento di questo tipo per la propria cucina. Proviamo quindi a fare chiarezza su cosa significhi davvero.

Cosa prevede la legge approvata dal Consiglio regionale

Il testo di legge, intitolato “Disposizioni per la valorizzazione e la promozione della cucina tipica lombarda”, ha come primo firmatario Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega in Consiglio regionale.  Il cuore della norma è l’istituzione del marchio regionale “Cucina Tipica Lombarda”. Si tratta di un riconoscimento dedicato agli esercizi di ristorazione che garantiscono nei propri menù una presenza stabile delle ricette tipiche e l'impiego costante di prodotti del territorio. Inoltre, attraverso questo provvedimento vengono introdotti alcuni strumenti organizzativi: nasce, in tal senso, il Comitato tecnico regionale, incaricato di individuare le ricette e i prodotti simbolo della cultura gastronomica regionale. Viene anche calendarizzato ogni anno il “Mese della cucina tipica lombarda”, e prende vita il Forum della cucina lombarda, un tavolo di confronto aperto a istituzioni, professionisti, scuole alberghiere e associazioni.

Sul fronte delle risorse, a seguito della legge vengono stanziati 100 mila euro per il 2026 e 500 mila euro all’anno per il biennio 2027-2028. Questi fondi serviranno a sostenere le diverse azioni previste, dalla promozione alla formazione. Nel commentare l'approvazione, Corbetta ha parlato di una Lombardia "che sceglie di difendere e valorizzare la propria identità a tavola", definendo le radici di un "patrimonio da custodire e trasmettere ai nostri figli". Silvia Scurati, consigliera regionale della Lega, ha invece sottolineato l'aspetto economico: la legge sarebbe una vera leva di sviluppo, marketing territoriale e valorizzazione turistica. Soddisfazione anche da parte dell’assessore regionale all’Agricoltura e Sovranità alimentare, Alessandro Beduschi, secondo cui la norma rafforza la tradizione della cucina lombarda come volano di promozione per il mondo rurale.

Cosa può significare, in concreto

C’è poi un altro aspetto da considerare, perché iniziative di questo tipo si muovono su un confine sottile. Da una parte c’è la valorizzazione di un patrimonio reale, fatto di prodotti certificati, saperi e ricette da non perdere. Dall’altra c’è il rischio, spesso evocato quando si parla di tutela dell’identità, di scivolare dalla difesa della tradizione alla chiusura verso le novità. Il testo, in sé, è comunque presentato come una leva di crescita economica e turistica. Il contesto politico offre però qualche spunto di riflessione. Durante la discussione Corbetta ha detto di voler favorire la conoscenza dei piatti tipici anche nelle mense scolastiche, compresi quelli a base di carne suina, aggiungendo di non volere più situazioni come quelle viste in Emilia-Romagna, con riferimento alla polemica sul menù delle scuole di Piacenza.

Ma veniamo alla parte più interessante: a cosa servirà il marchio? L'idea di fondo è premiare i locali che propongono stabilmente ricette locali e prodotti certificati, ma non è ancora chiaro in che modo avverrà questo riconoscimento. In tal senso, è legittimo chiedersi quali saranno i veri requisiti per ottenere il marchio, ma anche quali prodotti saranno indicati come veri rappresentanti della tradizione, dato non solo che non si può ridurre tutto a risotto e pizzoccheri, ma anche che esistono pietanze molto simili anche oltre il confine.

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Per i ristoratori l’opportunità è evidente: un bollino riconoscibile può diventare un argomento in più agli occhi di turisti e clienti, soprattutto in una regione dove l’offerta gastronomica è vastissima. Lo ricordano anche i numeri del settore: secondo l'Osservatorio Qualivita, la Lombardia conta 79 denominazioni del comparto cibo e vino, comprese le specialità tradizionali garantite (STG), mentre il valore della produzione Dop e Igp regionale supera i 2,9 miliardi di euro. C’è poi il tema delle nuove generazioni. Le risorse stanziate guardano a scuole, formazione e passaggio generazionale, e il testo valorizza il ruolo di famiglie, sagre e scuole alberghiere. L’obiettivo dichiarato è non lasciare le ricette tradizionali nel cassetto dei ricordi.

Per capire se il marchio diventerà un vero punto di riferimento, o resterà una cornice senza troppi effetti, bisognerà aspettare i provvedimenti attuativi. Per ora la Lombardia ha messo il primo tassello: tocca ai prossimi passaggi dire come si assegnerà, nella pratica, la qualifica di “cucina tipica lombarda”.

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