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26 Febbraio 2026 18:00

Scandalo del vino al metanolo: quarant’anni dopo nessun risarcimento per le famiglie

Quarant’anni dopo lo scandalo del vino al metanolo, che nel 1986 causò 23 morti e oltre 150 intossicati, le famiglie denunciano l’assenza di risarcimenti e chiedono giustizia civile.

A cura di Francesca Fiore
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A distanza di quarant’anni dallo scandalo che nel 1986 sconvolse l’Italia, i familiari delle vittime del vino al metanolo tornano a chiedere giustizia sul piano civile. Il bilancio ufficiale parla di 23 morti, oltre 150 intossicati e almeno 15 persone rimaste cieche o con danni neurologici permanenti. Un caso che ha segnato la storia della sicurezza alimentare nel Paese e che, per chi ne è stato colpito, non si è mai davvero chiuso.

In un’intervista a La Stampa, Roberto Ferlicca ha ricordato la vicenda di sua madre, Valeria Zardini, ricoverata il 17 marzo 1986 all’ospedale Sacco di Milano dopo aver bevuto vino adulterato. I sintomi iniziali furono violenti: nausea, dolori addominali, vertigini. La diagnosi arrivò poco dopo: intossicazione da metanolo. Zardini sopravvisse ma perse la vista.  "Non ha preso un soldo per il danno patito, nessun riconoscimento morale", ha dichiarato al quotidiano torinese, sottolineando che, nonostante le condanne penali, alle famiglie non è mai arrivato un indennizzo concreto.

Le prime morti e l’allarme

L’emergenza esplose nei primi giorni di marzo 1986. Il 3 marzo Armando Bisogni, 48 anni, fu trovato morto nel suo appartamento a Milano: sul tavolo della cucina c’era una bottiglia da due litri di vino rosso da tavola, acquistata per meno di duemila lire. In un primo momento il decesso non fu collegato a un avvelenamento. Tre giorni dopo morì in circostanze analoghe un altro pensionato, Renzo Cappelletti.

Contemporaneamente, diversi pronto soccorso milanesi iniziarono a registrare ricoveri con sintomi simili: vomito, dolori addominali, vista annebbiata, perdita di coscienza. Tra i casi più gravi ci fu quello di Valeria Zardini, poi rimasta cieca. I medici del centro antiveleni dell’ospedale Niguarda segnalarono la situazione alla procura, ipotizzando che all’origine ci fosse una sostanza tossica ingerita attraverso una bevanda di largo consumo.

Le analisi di laboratorio confermarono la presenza di metanolo, un alcol industriale non destinato all’alimentazione. A differenza dell’etanolo, il metanolo è altamente tossico: anche piccole quantità possono provocare danni irreversibili al sistema nervoso e alla vista, fino alla morte. Nel vino finito sotto accusa, la sostanza era stata utilizzata per aumentare artificialmente la gradazione alcolica, riducendo i costi di produzione e alterando in modo fraudolento il prodotto destinato alla vendita.

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La filiera e le responsabilità

Le indagini dei Nas e della magistratura, coordinate dalla procura di Milano guidata allora da Alberto Nobili, ricostruirono in poche settimane il percorso del vino contaminato. Una parte significativa della produzione proveniva dalla cascina di Narzole, in provincia di Cuneo, riconducibile a Giovanni Ciravegna, produttore soprannominato il “cavalier dudes e mès”. Da lì partivano ingenti quantitativi di vino da tavola destinati alla grande distribuzione.

Il metanolo era stato acquistato tramite società di copertura, sfruttando un regime fiscale che lo rendeva meno costoso rispetto ad altri sistemi per aumentare il tenore alcolico. Secondo quanto emerso nel processo, fu proprio il dosaggio eccessivo in alcuni lotti prodotti nell’azienda dei Ciravegna a rendere il vino letale.

Nella sola cascina piemontese furono sequestrati circa novemila ettolitri di prodotto. L’inchiesta si estese ad aziende tra Piemonte, Lombardia, Veneto e Puglia, coinvolgendo complessivamente una cinquantina di realtà vinicole. Il processo penale portò a diverse condanne: per Giovanni Ciravegna furono inflitti 14 anni di carcere, mentre al figlio Daniele Ciravegna ne furono comminati 4, con patteggiamento.

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Tuttavia, l’iter giudiziario si protrasse a lungo: quando si arrivò alle sentenze definitive, molti degli imputati risultavano privi di beni su cui esercitare azioni esecutive. Le condanne non si tradussero così in un effettivo risarcimento civile per le famiglie delle vittime.

Oggi, a quarant’anni di distanza, restano le responsabilità accertate in sede giudiziaria e una normativa sulla sicurezza alimentare profondamente rafforzata dopo quella crisi. Ma resta anche, come ricordato dai familiari nell’intervista a La Stampa, una questione ancora aperta: il riconoscimento economico e morale di chi ha pagato il prezzo più alto.

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