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9 Aprile 2026
15:00

Non “solo” caffè: come gli specialty coffee stanno cambiando il modo di concepire la tazzina

Una bevanda di altissima qualità che, per essere definita tale, deve rispettare parametri ben precisi. Nato negli anni '70, lo specialty coffee sta conquistando un consenso sempre più ampio, rivoluzionando il modo di consumare una delle bevande più amate al mondo.

A cura di Arianna Ramaglia
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Se pensi al caffè, probabilmente penserai a una pausa veloce, a un rito quotidiano e a un gesto quasi automatico: beh, gli specialty coffee potrebbero farti cambiare idea. Si tratta di caffè di alta qualità, coltivato e lavorato in modo accurato per preservare tutti gli aromi presenti al suo interno, restituendo una bevanda dal profilo aromatico molto più complesso di quello a cui siamo abituati. Scopriamo più nel dettaglio cosa sono e quando si può parlare di specialty coffee.

Cos'è davvero uno specialty coffee

Da diversi anni ormai si stanno facendo sempre più strada nelle caffetterie di tutto il mondo e stanno rivoluzionando il modo di bere il caffè. Bere uno specialty coffee non è solo un istante di pausa o una ricarica nel bel mezzo di una giornata di lavoro o di studio, ma si trasforma in una vera e propria esperienza, un momento in cui concentrarsi esclusivamente sulla bevanda che hai tra le mani. Questo perché uno specialty coffee è un caffè prodotto attraverso una filiera controllata, che comprende varietà selezionate, raccolta manuale e lavorazioni accurate e, per questo motivo, possiede dei composti aromatici molto complessi che, al momento dell'estrazione, ritroverai nella tazza.

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E se pensiamo a una bevanda dal variegato profilo aromatico, la prima che ci viene in mente è il vino: ecco, immagina bere uno specialty coffee allo stesso modo di come berresti un bel calice di vino. Se "affondi" il naso nella tazza, ti sorprenderà scoprire quanti aromi puoi percepire: dalla frutta al cioccolato, dai fiori agli agrumi passando per frutta secca e caramello. Gli specialty hanno proprio la caratteristica di valorizzare e rendere percepibili una grande varietà di aromi differenti, regalandoti una complessità che rende il caffè molto più di un semplice caffè. In questo contesto anche il metodo di estrazione e la bravura del barista diventano aspetti cruciali: ogni tecnica, come espresso, infusione o filtro, restituisce una lettura diversa dello stesso caffè. Ciò vuol dire che, a parità di chicchi, puoi ottenere bevande dal gusto diverso a seconda che siano estratte con una french press, una Chemex o una macchina per espresso.

Da Erna Knutsen alla Third Wave Coffee: da dove nasce

L'idea di specialty coffee nasce negli anni '70: secondo alcune fonti, il termine sarebbe stato utilizzato per la prima volta da Erna Knutsen nel 1974, in un numero del Tea & Coffee Trade Journal, per descrivere proprio dei chicchi provenienti da microclimi particolari, capaci di esprimere profili aromatici unici.

Ma è stato soprattutto grazie ai coltivatori e ai torrefattori di quella che è nota come la Third Wave Coffee che i cosiddetti "caffè speciali" hanno cominciato ad acquisire ancora più successo. Il "caffè di terza ondata" è un termine utilizzato soprattutto in Nord America per riferirsi a un caffè di qualità superiore, spesso monorigine, con tostature leggere, capaci di far emergere tutti gli aromi distintivi del chicco. A tutto ciò corrisponde una domanda sempre più crescente di caffè di alta qualità, lavorato e preparato secondo standard superiori rispetto alla media: una "wave" cominciata alla fine degli anni '90 e che sembra tuttora inarrestabile.

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Quando un caffè è davvero specialty

La domanda, a questo punto, è: quali sono i criteri per definire un caffè "specialty"? Non basta, ovviamente, dire che è buono, ma ha bisogno di rispettare alcuni parametri precisi. Con questa definizione ci si riferisce a un caffè che ottiene un punteggio pari o superiore a 80 su una scala di 100 punti utilizzata nel modulo di degustazione della Specialty Coffee Association (SCA).

  • Con un punteggio da 80 a 84,99 il caffè è classificato come molto buono;
  • da 85 a 89,99 è considerato eccellente;
  • da 90 a 100 è considerato eccezionale.

Al momento della valutazione non si considera solo il gusto, ma anche l'origine del caffè, la varietà coltivata e ogni passaggio della filiera: deve essere raccolto a mano, non presentare difetti da crudo (caffè verde), deve essere tostato fresco in modo da valorizzarne le proprietà e mantenere in tazza tutti gli aromi, anche grazie alla competenza di chi lo estrae.

Tuttavia, non vuol dire che un caffè specialty debba essere perfetto sotto tutti i punti di vista. Per la SCA può presentare dei difetti, basta che siano limitati: per essere considerato tale, infatti, deve avere da 0 a 5 difetti ogni 350 grammi.

Che tipologie di caffè si usano nello specialty coffee

Nel mondo dello specialty coffee si tende a privilegiare quasi esclusivamente l’Arabica, una varietà considerata più pregiata per la sua maggiore complessità aromatica e per la capacità di esprimere profili sensoriali ampi e distintivi. La Robusta, al contrario, è generalmente meno utilizzata e compare solo in rari casi selezionati, quando si tratta di lotti di qualità particolarmente elevata.

Questo approccio si riflette anche nel modo in cui vengono concepite le miscele: nello specialty non servono a “coprire” difetti o standardizzare il prodotto, ma sono progettate con precisione per costruire un profilo sensoriale equilibrato e riconoscibile. In particolare:

  • le miscele per espresso combinano origini diverse per bilanciare corpo, dolcezza e acidità, spesso utilizzando caffè brasiliani come base e aggiungendo origini africane o centroamericane per arricchire il profilo aromatico;
  • i blend per filtro, meno diffusi ma sempre più presenti, puntano invece a esaltare la complessità aromatica mantenendo una buona pulizia in tazza e una maggiore brillantezza;
  • le miscele stagionali vengono adattate in base ai raccolti disponibili, mantenendo però costante il profilo sensoriale desiderato nel corso dell’anno;
  • le cosiddette “signature blend”, che rappresentano l’identità della torrefazione, con un gusto riconoscibile e replicabile nel tempo.

Accanto alle miscele restano comunque molto diffusi i caffè monorigine, scelti per raccontare in modo più diretto il territorio, la varietà e il lavoro produttivo, offrendo un’esperienza più “pura” e distintiva in tazza.

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A cura di
Arianna Ramaglia
Laureata in Scienze della Comunicazione, ho frequentato il Master in Comunicazione Multimediale dell’Enogastronomia. Con una smisurata passione per la cucina, da piccola volevo fare la chef: sono cresciuta guardando la Prova del cuoco, preparando crocché con mia nonna e pizze con mia madre. Poi ho scoperto le gioie della scrittura e quindi, oggi, cucino per amore, scrivo felicemente per lavoro e mangio per passione.
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