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10 Marzo 2026 11:46

La mafia come marchio: cosa ci insegna la campagna di marketing della catena spagnola

Il caso della catena La Mafia se sienta a la mesa, costruita sull’immaginario mafioso, riporta sotto i riflettori il marketing della mafia. La decisione dell’ufficio marchi spagnolo riapre il dibattito tra polemiche, battaglie legali e un confronto che supera i confini della Spagna.

A cura di Francesca Fiore
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Negli ultimi giorni è tornata al centro del dibattito la catena di ristoranti spagnola La Mafia se sienta a la mesa, letteralmente “La mafia si siede a tavola”. A riaccendere le polemiche è stata la decisione dell’Ufficio spagnolo brevetti e marchi di dichiarare il nome contrario alla morale e quindi non valido come marchio: una vicenda che da anni vede l’Italia contestare l’uso commerciale dell’immaginario mafioso e che ha riaperto una discussione più ampia sul marketing che sfrutta simboli e stereotipi legati alla criminalità organizzata. Tra indignazione, ironia e critiche anche da parte di molti spagnoli, il caso è diventato rapidamente internazionale.

Un ristorante costruito sull’immaginario della mafia

La Mafia se sienta a la mesa è una catena di ristoranti di cucina italiananata a Saragozza nei primi anni Duemila e diffusasi negli anni in tutta la Spagna: il marchio ha costruito la propria identità commerciale proprio sull’immaginario mafioso: nome evocativo, riferimenti alla cultura popolare legata alla mafia e un’estetica che richiama il mondo cinematografico dei gangster.

Da tempo l’Italia contesta questo tipo di branding, ritenuto offensivo perché banalizza una realtà criminale che ha segnato profondamente la storia del Paese. Negli anni la questione è arrivata anche sul piano istituzionale, con richieste di intervento e iniziative politiche per limitare l’uso commerciale del termine “mafia”.

La svolta è arrivata con la decisione dell’Ufficio spagnolo brevetti e marchi, che ha stabilito che il nome della catena è contrario alla morale e all’ordine pubblico: la decisione arriva dopo anni di contestazioni e dopo precedenti pronunce europee che già avevano evidenziato come il marchio potesse trasmettere un’immagine positiva o banalizzata della mafia. La società proprietaria del brand ha la possibilità di presentare ricorso, ma la decisione rappresenta comunque un passaggio importante nella lunga disputa che oppone l’Italia al marchio spagnolo.

“È un tema che porta dolore”: l’indignazione sui social

La notizia ha scatenato numerose reazioni, soprattutto online: molti commenti hanno sottolineato l’insensibilità di utilizzare la mafia come strumento di marketing, ricordando il peso che il fenomeno criminale ha avuto e continua ad avere in Italia. Secondo quanto riportato da Luisa Mosello su Repubblica, diversi utenti spagnoli hanno espresso comprensione per la posizione italiana: tra i commenti citati c’è chi ha paragonato il caso all’idea di aprire in Italia un ristorante chiamato “Eta siede a tavola”, riferimento all’organizzazione terroristica basca. Altri hanno criticato l’amministratore delegato della società, accusando l’azienda di non aver compreso il dolore che il tema della mafia rappresenta per molte persone.

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Foto dal profilo Ig del locale

Il dibattito intorno alla catena non è nuovo: già negli anni passati il marchio era stato contestato a livello europeo per il messaggio implicito che trasmette. Nel 2018 l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale aveva infatti rilevato come il nome potesse presentare una rappresentazione “globalmente positiva” della mafia, ritenuta offensiva nei confronti delle vittime e incompatibile con la sensibilità pubblica.

La questione era emersa anche in Italia già nel 2014, quando erano arrivate le prime proteste contro i ristoranti: e, ancora prima, nel 2012, uno studente dell’Università Statale di Milano aveva portato il caso all’attenzione accademica con una tesi dedicata proprio alla catena spagnola e al modo in cui l’immaginario dei boss veniva trasformato in strumento commerciale.

La mafia nel marketing globale: ristoranti e locali che sfruttano lo stereotipo

Il caso spagnolo non è isolato: in diversi Paesi esistono locali e attività commerciali che utilizzano riferimenti alla mafia come elemento di marketing o come richiamo folkloristico. Secondo uno studio citato da Coldiretti, nel mondo ci sarebbero circa trecento ristoranti che fanno riferimento esplicito alla criminalità organizzata nei loro nomi. Tra gli esempi citati ci sono locali chiamati “Cosa Nostra” o “Baciamo le mani” negli Stati Uniti, in Messico o in Egitto.

Non mancano casi anche più lontani dall’Italia: ristoranti come “Mafia Restaurant” a Lima, in Perù, oppure locali con nomi come “Felafel Mafia”, “Nasi Goreng Mafia” o “Karaoke Bar Mafia” in diversi Paesi asiatici. In Europa un esempio noto è il ristorante “Piccolo Padrino” a Bruxelles. Paradossalmente esistono esempi simili anche in Italia, come una braceria in provincia di Salerno chiamata “Cosanostra”.

In Francia fece discutere anche “Corleone by Lucia Riina”, aperto a Parigi nel 2018 dalla figlia del boss Totò Riina: il locale fu travolto dalle polemiche e il nome venne rimosso dall’insegna dopo pochi mesi.

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Tra marketing e memoria: una questione culturale

Il caso della catena spagnola dimostra quanto la percezione della mafia possa cambiare da Paese a Paese. Se in Italia il termine richiama immediatamente una realtà criminale e un lungo elenco di vittime, altrove spesso viene associato soprattutto a un immaginario cinematografico o folkloristico.

Proprio questa distanza culturale è al centro della polemica: per molti critici, trasformare la mafia in un marchio o in un tema decorativo significa ignorare la storia e il dolore che quel fenomeno rappresenta. E la vicenda di La Mafia se sienta a la mesa mostra come quel confine tra marketing e memoria possa diventare terreno di scontro internazionale.

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