
Non è un mondo facile, quello dei produttori di latte. Un mondo che sembra essere dominato da un paradosso: mentre ci sono allevatori che non sanno più dove mettere il latte prodotto, si dice che altri non ne abbiano abbastanza. Entrambi hanno ragione e, in tutti e due i casi, non è una buona notizia. Da un lato c'è la crisi climatica, dall'altro una domanda che sembra non riuscire a stare al passo con la produzione: cerchiamo di capire cosa sta succedendo al latte italiano.
Latte spot ed equilibri instabili: perché è troppo
Nelle ultime settimane sono circolati video di produttori che svuotano i silos, gettando via il proprio latte perché non hanno più spazio per stoccarlo. Non si tratta di un'esagerazione, ma di una situazione reale, documentata e riportata da più fonti. Senza girarci troppo intorno, il motivo è semplice: secondo un'analisi riportata dal Post, si sta avendo un aumento della produzione di latte ma non della domanda. Questo significa che gli allevatori ne producono molto di più di quanto ne serva alle aziende per realizzare formaggi e latticini. E la situazione non migliora nemmeno all'interno delle mura domestiche: infatti, il consumo degli italiani è diminuito a causa dell'aumento dell'inflazione, soprattutto nel settore alimentare. Questo surplus ha portato a un crollo del prezzo del latte spot, che è arrivato nelle scorse settimane a 27 centesimi al litro, il 54% in meno rispetto a un anno fa e bel al di sotto dei costi di produzione.
Prima di andare avanti, facciamo un piccolo chiarimento: cos'è il latte spot? Si tratta di latte crudo sfuso venduto sul mercato senza contratti a lungo termine, con prezzi che variano rapidamente in base a domanda e offerta. Non rappresenta la parte principale del latte venduto, ma serve come una sorta di indicatore del mercato: quando crolla, può influenzare le trattative sui prezzi futuri. Le grandi aziende e i caseifici, infatti, non acquistano latte spot ma concordano con i produttori un prezzo da mantenere nel lungo periodo. Questo garantisce loro di acquistare la materia prima sempre allo stesso prezzo, al di là delle possibili variazioni di mercato, e determina una certezza sia per i produttori che per gli acquirenti.
Il latte spot, invece, viene venduto fuori da queste logiche, per tutte quelle aziende che vogliono produrre più di quanto preventivato, con prezzi che si stabiliscono giorno per giorno in base alla domanda. Se però il prezzo del latte spot scende vertiginosamente, come sta succedendo, il rischio è evidente: anche se i contratti servono a evitare oscillazioni improvvise, un prezzo spot troppo basso può diventare una leva per chiedere rinegoziazioni al ribasso – ai danni dell'allevatore, chiaramente – o per "minacciare" mancati rinnovi futuri o, nel peggiore dei casi, per disdire improvvisamente un accordo.

Attualmente, grazie al Ministero dell'Agricoltura e della Sovranità alimentare, le aziende pagano 54 centesimi al litro a gennaio, 53 a febbraio e 52 a marzo: un prezzo considerato tutto sommato ragionevole. Qual è il problema, allora? Il costo proposto alle aziende viene stabilito in base a una serie di parametri, tra cui il prezzo recente del latte spot. Seguendo il ragionamento precedente, quindi, gli allevatori sono preoccupati che questo crollo del latte spot possa influire sui nuovi accordi a lungo termine, portando a un prezzo decisamente basso e svantaggioso per loro.
Caldo e umidità riducono la produzione
Se in questo momento il settore lattiero-caseario è in crisi per un'eccessiva produzione, qualche mese fa era sotto pressione per il motivo opposto: la mancanza di latte. In questo caso la domanda non c'entrava nulla: il colpevole era da cercare nel cambiamento climatico. Le alte temperature e l'eccessiva umidità hanno ridotto, secondo alcuni dati del CLAL, la produzione di latte di circa il 17,2%, da marzo a settembre tra il 2022 e il 2024. Un dato sostenuto anche da diversi studi che dimostrano come il caldo e l'umidità possano interferire con il benessere delle mucche, con una diminuzione che può arrivare fino a circa il 10% della produzione.
In questo caso non si tratta solo di quantità, ma anche di qualità: il latte prodotto può risultare sensibilmente meno ricco di proteine e grassi. Questo, in termini pratici, significa che caglia molto più lentamente, rendendo ancora più complicato un processo già difficile di per sé. Ma vuol dire anche che, aumentando i tempi di produzione, diminuiscono le quantità prodotte con un impatto diretto anche sulle disponibilità di formaggi sul mercato.

Cosa significa per i consumatori? E qual è la soluzione?
Non esiste (ancora) un modo definitivo per risolvere la questione: i problemi hanno due origini diverse, ma entrambe con un unico risultato, ossia un danno economico per i produttori. Sono loro, infatti, a essere maggiormente colpiti: per i consumatori le conseguenze sono minime, se non addirittura inesistenti. Infatti, nonostante il prezzo del latte spot scenda, il costo del latte sugli scaffali rimane invariato, perché i prezzi al dettaglio dipendono dai contratti con la grande distribuzione e non cambiano rapidamente. Nei mesi estivi, invece, meno latte si traduce, per noi, in una minore disponibilità di formaggi e latticini.
Notizia degli ultimi giorni però è la proposta, presentata al consiglio Agrifish, dal ministro dell'Agricoltura, Francesco Lollobrigida: una serie di soluzioni volte a risollevare una situazione complessa come quella che sta vivendo oggi la produzione di latte in Italia. Tra questi, la decisione di pagare un indennizzo agli allevatori che scelgono di produrre meno latte – in modo da far risalire il suo valore – e campagne promozionali, mirate a valorizzare il latte e i formaggi Dop e Igp italiani, sia in Europa sia all'estero. Un'operazione commerciale che punti sulla necessità (reale) di consumare in misura maggiore prodotti freschi e genuini.