
Il Montefeltro è una delle aree più riconoscibili dell’Appennino centrale: un territorio collinare e montano che si estende tra Marche, Emilia-Romagna, Toscana e Repubblica di San Marino. Qui la norcineria domestica ha rappresentato per secoli una risorsa essenziale, legata a un modello agricolo di piccola scala e a una cultura alimentare basata sull’autosufficienza. In questo contesto nasce il Lardo del Montefeltro, un prodotto tradizionale ottenuto dalla lavorazione del grasso dorsale del suino e ancora oggi preparato secondo tecniche artigianali tramandate nel tempo.
Non si tratta soltanto di un salume, ma di un alimento che racconta un modo preciso di conservare, valorizzare e utilizzare ogni parte dell’animale. Un prodotto semplice nella composizione, ma definito da lavorazioni accurate e da una stagionatura lenta, che gli conferiscono un profilo delicato e riconoscibile.
Un lardo diverso: cos’è davvero il Lardo del Montefeltro
Il Montefeltro è da sempre un territorio “di mezzo”, una zona di passaggio e di incontri. Nei secoli è stato governato dalla famiglia dei Montefeltro, la stessa che ha reso Urbino uno dei gioielli del Rinascimento. Ma fuori dalle corti e dai palazzi, la vita era fatta di lavoro duro e stagioni lunghe: e in quel mondo rurale, il maiale era una risorsa fondamentale.
La macellazione domestica non era solo un momento pratico: era quasi un rito. E soprattutto seguiva una regola sacra: non si buttava via nulla. Il lardo, in particolare, aveva un valore enorme. E le cantine fresche dell’Appennino offrivano le condizioni ideali per conservarlo e farlo maturare lentamente.
Il lardo si ottiene dalla parte più nobile del grasso del maiale, quella dorsale. Ma non si tratta di semplice grasso: attraverso salatura e stagionatura, questa materia cambia completamente, diventando più profumata, più stabile e soprattutto più piacevole da gustare.
Il Lardo del Montefeltro è riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) dal Ministero dell’Agricoltura. Questo significa che non è una moda recente, ma un prodotto radicato nella storia locale, preparato con tecniche tradizionali da almeno venticinque anni. Ciò che lo rende particolare è il suo stile: niente aromi invadenti, niente eccessi. Solo equilibrio, pulizia e gusto autentico.

Come si prepara: pochi gesti, fatti bene
Ancora oggi, la lavorazione del Lardo del Montefeltro segue metodi tradizionali, ovviamente adattati alle norme moderne. Si parte da grasso dorsale di suino selezionato, rifilato e pulito con attenzione. Poi viene massaggiato con sale marino e, a seconda delle ricette familiari, con aromi naturali come pepe, aglio, rosmarino, erbe spontanee locali.
I pezzi vengono sistemati in contenitori (un tempo spesso in legno o pietra) e poi pressati con pesi o piani, per eliminare liquidi in eccesso e far assorbire il sale in modo uniforme. Questa fase è fondamentale per ottenere un lardo compatto e “pulito” al taglio. A quel punto inizia la parte più lenta e affascinante: la stagionatura, che avviene in ambienti freschi e ventilati e può durare diversi mesi.
Rispetto ad altri lardi famosi come quello di Colonnata o quello di Arnad, il lardo del Montefeltro rimane più sobrio e delicato, proprio come il territorio che lo produce. Che sapore ha? Elegante, morbido, mai pesante
Il Lardo del Montefeltro si riconosce subito per:
- il colore bianco perlaceo;
- le leggere venature rosate;
- la consistenza compatta ma morbida.
Al profumo è fine, pulito, con note leggere di erbe e una sfumatura quasi lattica tipica del grasso ben maturato. In bocca si scioglie lentamente: è setoso, fondente, e sorprendentemente equilibrato. La sapidità è presente, ma mai aggressiva. È il tipo di prodotto che non stanca e non “copre”, ma accompagna.

Come gustarlo al meglio (senza complicarsi la vita)
Il modo migliore per gustare il Lardo del Montefeltro è anche il più semplice, quello che la tradizione ha sempre considerato imbattibile: tagliarlo molto sottile e appoggiarlo su una fetta di pane caldo. Bastano pochi secondi perché il calore lo ammorbidisca, quasi lo faccia “sciogliere”, liberando lentamente il suo profumo delicato e rendendo la consistenza ancora più setosa. È un assaggio essenziale, ma completo, capace di raccontare tutta la sua qualità senza bisogno di aggiungere altro.
Si sposa benissimo con pane casereccio, focacce rustiche o con una piadina appena scaldata, e diventa ancora più interessante se accostato a qualcosa che ne spezzi la dolcezza naturale, come un miele di castagno o una confettura leggermente acidula.
In cucina, invece, può trasformarsi in un ingrediente prezioso: tagliato a piccoli cubetti e sciolto lentamente in casseruola, crea un fondo aromatico perfetto per zuppe di legumi, minestre contadine o verdure invernali. E per chi ama sperimentare, la sua delicatezza lo rende adatto anche a interpretazioni più moderne, come una leggera fusione sopra carni alla griglia o persino in abbinamenti sorprendenti con crostacei, dove il sapore di montagna si intreccia con quello del mare in modo elegante e inatteso.