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7 Aprile 2026 13:41

Gamberetti, mac and cheese e barattoli che fluttuano: cosa (e come) si mangia a bordo di Artemis II

Niente cucina, niente piatti: tra cibi disidratati, acqua che galleggia e pasti nei sacchetti, il menu di Artemis II è una cucina terrestre adattata alla microgravità.

A cura di Francesca Fiore
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Foto di Nasa/Bonapetit

La scena è concreta, quasi quotidiana, ma basta spostarla nello spazio per cambiare completamente prospettiva: un’astronauta apre un sacchetto, aggiunge acqua, mescola e inizia a mangiare un cocktail di gamberetti mentre tutto intorno resta sospeso. Non è un esperimento, è il pranzo a bordo di Artemis II: il gesto è lo stesso che si farebbe sulla Terra, ma ogni passaggio è adattato a un contesto in cui nulla può essere lasciato al caso: consistenze, confezioni, modalità di consumo.

Il punto non è l’effetto visivo, ma quello che rivela: nello spazio non si mangia in modo futuristico o astratto, si mangia in modo estremamente pratico. Il cibo esiste, è riconoscibile, ma viene completamente ripensato per funzionare in assenza di gravità. Ogni elemento – dall’acqua aggiunta al momento fino alla forma del contenitore — risponde a esigenze precise di sicurezza, conservazione e facilità d’uso. Anche un piatto semplice diventa il risultato di una progettazione attenta, in cui nulla è superfluo e tutto deve funzionare al primo tentativo.

Piatti veri, trattati in modo radicale

Nel video ufficiale NASA, Christina Koch lo mostra senza filtri: il cocktail di gamberetti viene prima disidratato e poi riportato a una consistenza commestibile aggiungendo acqua direttamente nel sacchetto. Accanto, ci sono fagiolini completamente secchi, che nello spazio non hanno nulla dell’aspetto familiare finché non vengono reidratati. E poi i maccheroni al formaggio, citati quasi come garanzia: anche lì, il comfort food arriva, ma attraverso un processo tecnico. A questi si affiancano altri piatti documentati nei materiali NASA per Artemis II, come brisket di manzo, quiche vegetale, broccoli gratinati e preparazioni a base di riso o cous cous. Non cambia il piatto in sé, cambia tutto quello che gli succede prima di essere mangiato.

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Se si guarda all’insieme, il menu di Artemis II è più simile a una dispensa molto organizzata che a una cucina: la NASA, infatti, parla di centinaia di opzioni tra cibi e bevande, selezionate anche insieme agli astronauti. Compaiono tortillas (preferite al pane perché non producono briciole), frutta secca, bevande come caffè, tè, limonata e preparazioni dolci come creme spalmabili al cioccolato o alla frutta. Non ci sono ingredienti freschi: tutto deve essere stabile a temperatura ambiente e pronto all’uso, senza bisogno di conservazione refrigerata.

Il caso del barattolo di Nutella fluttuante

In questo contesto si inserisce anche il video del barattolo di Nutella che fluttua, diventato rapidamente virale. La scena è perfettamente coerente con la microgravità: qualsiasi oggetto, se non fissato, resta sospeso. Non ci sono però indicazioni ufficiali che la Nutella faccia parte del menu di Artemis. Nei materiali NASA si parla più in generale di creme spalmabili – al cioccolato, alla frutta o simili – proprio perché hanno una consistenza stabile e sono facili da gestire in assenza di gravità.

L’acqua che non cade

A rendere tutto questo necessario è la fisica: come spiega il comandante Reid Wiseman nello stesso video, l’acqua nello spazio non scorre ma si raccoglie in sfere perfette sospese nell’aria, dominate dalla tensione superficiale. Non è solo un effetto curioso: è la condizione di base in cui avviene qualsiasi gesto legato al cibo. Una goccia non cade sul tavolo – perché un tavolo, di fatto, non serve – ma resta lì, fluttuante, finché qualcuno non la intercetta.

Questo significa che bere, versare o anche solo gestire un liquido richiede attenzione continua: è un comportamento che cambia completamente il modo di pensare il cibo. Se anche bere diventa un gesto da gestire con precisione, allora ogni ingrediente deve essere progettato per restare dove si trova e per non trasformarsi in qualcosa di incontrollabile.

Mangiare senza appoggio

La differenza più evidente non è cosa si mangia, ma come: solitamente non ci sono piatti o superfici su cui appoggiare qualcosa, niente gravità che tenga fermo un boccone mentre lo porti alla bocca. In microgravità non si può semplicemente appoggiare qualcosa e lasciarlo lì, perché nulla resta fermo. Gran parte del cibo viene consumata direttamente da sacchetti sigillati, pensati per contenere ogni elemento e per essere maneggiati con una sola mano. Si apre, si aggiunge acqua quando serve, si richiude e si mangia da lì.

È un sistema obbligato: in microgravità anche il gesto più banale – lasciare qualcosa per un attimo – smette di funzionare, perché quell’oggetto semplicemente se ne va. Il pasto diventa quindi un’operazione chiusa, controllata dall’inizio alla fine, in cui ogni passaggio serve a evitare che il cibo si disperda e a mantenere l’ambiente sotto controllo.

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