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28 Maggio 2026 15:00

“Essere un baccalà”: cosa significa davvero e da dove nasce questo modo di dire

Tra i tantissimi detti legati al mondo del cibo che costellano la lingua italiana, uno in particolare riguarda il baccalà. Ti sei mai chiesto perché proprio questo pesce sia associato a una persona impacciata o poco brillante? Te lo raccontiamo noi.

A cura di Martina De Angelis
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In Italia il cibo non è solo cibo: è anche memoria, oggetto di discussioni, protagonista di canzoni e film. Insomma, per noi italiani è talmente intessuto nella nostra cultura da essere entrato anche nel linguaggio di tutti i giorni, soprattutto nei modi di dire quotidiani. Non sorprende quindi che proprio la tavola abbia regalato alla lingua italiana alcuni dei modi di dire più vivaci, ironici e irresistibili di sempre. Pensaci un attimo e ti accorgerai che li usi anche tu, più spesso di quanto immagini. Per esempio, quante volte dai del “salame” a qualcuno distratto, definisci “pollo” chi si lascia ingannare o affermi che un evento importante “bolle in pentola”? Dietro queste immagini apparentemente buffe si nasconde un intero universo culturale fatto di abitudini popolari, osservazione della realtà e fantasia linguistica.

Di espressioni curiose ce ne sono tantissime e tra queste spicca quella di cui vogliamo raccontarti oggi: “essere un baccalà”. È un modo di dire molto usato e che fa sorridere perché, con poche sillabe, riesce a descrivere perfettamente una persona goffa, impacciata, poco brillante o incapace di muoversi con disinvoltura nelle relazioni sociali. Ma perché proprio il baccalà? Com’è possibile che un pesce essiccato e salato sia diventato il simbolo dell’imbranataggine umana? Per capirlo bisogna entrare nel mondo dei vecchi mercati, delle cucine popolari e di una lingua che, da sempre, osserva gli oggetti più quotidiani per trasformarli in ritratti perfetti dei nostri difetti.

“Essere un baccalà”: cosa vuol dire e in quali contesti si usa

In italiano dire che qualcuno “è un baccalà” significa, quasi sempre, definirlo una persona impacciata, poco brillante, inespressiva oppure incapace di cogliere una situazione sociale o sentimentale. È un insulto leggero, spesso ironico, che appartiene soprattutto al linguaggio colloquiale: non ha la violenza di un’offesa vera e propria, ma porta con sé una sfumatura di goffa mediocrità. Il “baccalà”, nell’immaginario comune, è quello che resta immobile, che parla poco o male, che non capisce l’atmosfera, che rovina un momento romantico con una battuta fuori luogo o che si presenta con l’eleganza emotiva di un mobile da cucina. Si può usare per descrivere qualcuno incapace di dichiararsi (“Ma possibile che non abbia capito nulla? Che baccalà!”), una persona troppo rigida e inespressiva, oppure qualcuno considerato noioso e privo di fascino.

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Nel tempo l’espressione ha assunto anche una forte connotazione comica grazie al cinema e alla televisione. Nella commedia italiana il “baccalà” è spesso il tipo imbranato ma innocuo, l’amico che sbaglia tempi e modi, il corteggiatore incapace di essere spontaneo. Per questo oggi il termine viene usato quasi sempre con tono scherzoso: difficilmente si direbbe “sei un baccalà” durante una lite seria, mentre è perfetto in una conversazione tra amici o in un racconto ironico. Proprio questa leggerezza ha permesso all’espressione di sopravvivere nel linguaggio contemporaneo, dove continua a evocare una figura immediatamente riconoscibile: quella persona che, davanti alla vita, resta lì, appeso e immobile come un vero baccalà quando viene appeso per essere essiccato.

Origini del modo di dire: cosa c’entra il baccalà

L’origine più plausibile del modo di dire affonda direttamente nelle caratteristiche fisiche del baccalà come alimento. Prima di essere ammollato e cucinato, il baccalà tradizionale – cioè il merluzzo conservato sotto sale ed essiccato – si presenta infatti duro, rigido, secco, quasi ligneo. Per secoli il baccalà è stato un alimento povero e diffusissimo, soprattutto nelle cucine popolari italiane, venduto appeso o impilato in forme irrigidite. Proprio quell’aspetto stecchito e inespressivo è diventato una metafora perfetta per descrivere certi atteggiamenti umani: persone incapaci di sciogliersi emotivamente, impacciate nei movimenti, fredde nelle relazioni o semplicemente poco brillanti.

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Già nei dialetti del Nord e del Centro Italia il termine veniva usato per indicare persone magre, irrigidite o un po’ ottuse. Da lì il salto verso il significato moderno è stato naturale: il baccalà diventa l’emblema di chi “non si scioglie”, di chi resta fermo, emotivamente o socialmente inerte. È interessante notare come molte lingue usino animali o cibi per rappresentare difetti caratteriali; nel caso italiano, il baccalà funziona benissimo perché richiama immediatamente qualcosa di secco, freddo e poco seducente. Questo tipo di passaggio semantico, è tipico della lingua popolare: si attribuisce a una persona il carattere simbolico dell’oggetto o dell’animale evocato. Non è un caso che il termine venga usato soprattutto in contesti sociali o sentimentali: il “baccalà” per eccellenza è colui che rimane imbambolato, fermo, incapace di cogliere segnali o di esprimere emozioni.

Ma perché proprio il baccalà è diventato simbolo di goffaggine e ingenuità?

Il fatto che proprio il baccalà sia diventato simbolo di goffaggine, ingenuità o scarsa brillantezza non è casuale: dipende dalla straordinaria forza evocativa che questo alimento ha avuto nella cultura popolare italiana. Per secoli il baccalà è stato uno dei cibi più diffusi nelle case comuni, soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro Italia, dove arrivava conservato sotto sale o essiccato. Non era un pesce “nobile”, elegante o raffinato: al contrario, appariva duro, pallido, irrigidito, spesso appeso come un oggetto inanimato nelle botteghe e nei mercati. A livello visivo evocava qualcosa di fermo, secco, privo di slancio vitale. Ed è proprio da questa immagine concreta che nasce il valore simbolico del termine.

In fondo, la lingua popolare ha sempre avuto bisogno di metafore immediate e riconoscibili. Quando una comunità sceglie un oggetto o un animale per rappresentare un difetto umano, di solito lo fa perché quel riferimento è visivamente potentissimo. Il baccalà, nella percezione collettiva, non suggerisce agilità, fascino o intelligenza rapida; suggerisce piuttosto rigidità, immobilità, una presenza un po’ spenta. Da qui l’associazione con quelle persone che sembrano “non reagire”, che restano imbambolate nelle situazioni sociali, che non colgono sottintesi o segnali emotivi.

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Potrebbe sembrarti singolare che proprio un pesce sia simbolo di un atteggiamento passivo, ma considera che il baccalà non è il pesce vivo ma già essiccato: non guizza, non scappa, non trasmette energia, insomma ha perso completamente l’immagine dinamica tipica del pesce vivo. Nella fantasia linguistica popolare questa trasformazione diventa perfetta per descrivere certe persone “bloccate” emotivamente o socialmente. In particolare nel contesto sentimentale il termine ha avuto enorme successo, perché il “baccalà” è il prototipo del corteggiatore imbranato: uno che non sa leggere il momento, che rimane impietrito, che non trova le parole giuste. È una figura quasi comica, più tenera che offensiva. Anche il suono stesso della parola contribuisce alla sua efficacia. “Baccalà” ha una sonorità pesante, buffa, quasi caricaturale: contiene qualcosa di goffo già nella pronuncia. Molti modi di dire italiani funzionano proprio così, unendo immagine visiva e musicalità della parola.

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