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21 Gennaio 2026 11:00

Cosa sono le uova da allevamento “quasi a terra” e come evitare di comprarle

Sugli scaffali le troviamo con la dicitura "allevate a terra", ma nella pratica non è propri così, perché si tratta di un sistema combinato, ovvero misto, che replica in maggioranza le pessime condizioni in cui le galline vivono quando sono rinchiuse in gabbia.

A cura di Federica Palladini
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Gli allevamenti intensivi sono nati per soddisfare una domanda sempre più grande di prodotti di origine animale come carne, pesce e uova. Da qualche anno la lente di ingrandimento si è posata sulle condizioni di vita degli animali, sottolineando sistemi di sfruttamento pericolosi oltre che per la salute di mucche, maiali, volatili, salmoni, anche per quella dei consumatori, offrendo alimenti di minore qualità. Il caso di polli e galline è emblematico: oltre ai broiler, fatti crescere velocemente per essere portati al macello e venduti, anche le galline ovaiole non se la passano affatto bene: sotto il segno della iperproduttività, non solo vengono private di condizioni di vita dignitose, ma anche chi compra rischia di subire delle frodi, come quelle che hanno per protagonisti gli allevamenti combinati o ibridi, dove gli animali sono praticamente costretti all’interno di potenziali gabbie, ma di cui le uova arrivano sugli scaffali con la dicitura “a terra”. Vediamo cosa vuol dire e come cercare di fare acquisti consapevoli.

Uova “quasi allevate a terra”: cosa sono e perché è difficile riconoscerle

Tra i sistemi di allevamento delle galline il più diffuso in Italia è quello a terra. Gli animali sono confinati all’interno di capannoni in numero illimitato, dove la densità da rispettare è quella di massimo 9 capi ogni m². Si tratta di strutture che possono essere distribuite su un solo livello o su più piani aperti e comunicanti tra loro nelle voliere, con i volatili che dispongono di spazi comuni che consentono di praticare del movimento, seppur in un panorama di sovrafollamento. Generalmente sono muniti di nidi per la deposizione e di posatoi rialzati, dove le galline possono dormire stando lontane dal pavimento, più protette così dalle malattie, senza mai vedere la luce del sole. Le condizioni sono quelle di un allevamento intensivo, dove l’animale è comunque in una situazione di sofferenza, come riportato in un recente studio pubblicato sulla rivista Poultry Science, frutto della collaborazione tra l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), l’Università di Padova, l’Ulss 5 Polesana e la Delta Group Agroalimentare spa.

Si tratta, però, del modello più popolare (grazie ai costi contenuti) dopo che negli ultimi anni si è assistito a una progressiva sensibilizzazione del consumatore nei confronti del benessere delle galline ovaiole: dal 2027, infatti, dopo una raccolta firme di successo nel 2021, si dovranno abbandonare in Europa gli allevamenti in gabbia, a favore dei sistemi cage-free. Stare in gabbia per una gallina equivale a passare la sua vita in uno spazio delle dimensioni di un foglio A4 (750 cm²) all’interno di strutture chiuse, con alti livelli di stress e in pessime condizioni di salute. Il futuro divieto ha portato molti produttori a doversi convertire dall’allevamento in gabbia a quello a terra, con il risultato della moltiplicazione dei cosiddetti allevamenti combinati o ibridi, da cui sarebbe meglio prendere le distanze.

Come spiegato dall’organizzazione internazionale non profit Animal Equality, un allevamento combinato ha molti difetti: si compone di spazi comuni e di celle metalliche con i cancelletti apribili che, di fatto, vengono chiusi, mettendo così le galline nella stessa situazione di prigionia delle gabbie. Inoltre, la densità abitativa può essere maggiore rispetto a quella degli allevamenti a terra, raggiungendo anche 22 capi per m². Il problema per il consumatore sorge nel momento in cui queste uova vengono certificate – legalmente, in quanto rientrano nella categoria – “a terra” una volta commercializzate, nonostante sarebbe meglio chiamarle “quasi a terra”.

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Quali sono le categorie ufficiali degli allevamenti?

Le galline destinate alla produzione delle uova non vengono allevate tutte allo stesso modo. I metodi si differenziano soprattutto in base al benessere dell’animale e, in particolare, rispetto allo spazio che i volatili hanno a disposizione per vivere. Il più virtuoso è il sistema di allevamento biologico, dove la densità è di 6 galline per m², vi è un’area esterna per razzolare di minimo 4 m² ciascuna e i capi non devono superare i 3000 per capannone: oltretutto, in questo caso, le galline vengono nutrite con mangimi che non contengono OGM e crescono senza l’uso di ormoni e antibiotici, in conformità con le normative biologiche. Ci sono poi le galline allevate all’aperto: anch’esse hanno a disposizione una zona esterna con la stessa densità della precedente (mentre quella dell’allevamento è di 9 galline per m² senza limite di capi) alla quale poter accedere durante il giorno, beneficiando della luce del sole e del movimento per raspare e andare alla ricerca di cibo (insetti, vermi, erba), condizioni che possono migliorare le qualità nutritive delle uova stesse, con più omega-3, vitamina E e antiossidanti. Vi è poi l’allevamento a terra dove, come abbiamo visto in precedenza, gli animali sono tenuti esclusivamente all’interno, in un piano unico o su più livelli, in spazi comuni che consentono di camminare. Infine, si arriva all'allevamento in gabbie, quello che impatta maggiormente in modo negativo sulla salute dell’animale, con le galline rinchiuse in spazi angusti: tecnicamente si parla di “gabbie arricchite”, dotate di posatoi, nidi artificiali, cassette per la polvere e grattatoi che dal 1° gennaio 2012 hanno sostituito le gabbie convenzionali dove ogni gallina aveva a disposizione 550 cm², pari a una cartolina postale.

Come capire da che allevamento provengono le uova? Leggi l’etichetta

Un modo per capire da dove vengono le uova che si acquistano c’è, e si trova stampato sul guscio, che fornisce le informazioni necessarie per il tracciamento grazie a un codice alfanumerico che corrisponde a una vera e propria carta d’identità obbligatoria dal 2003. La sigla inizia con un numero che si riferisce al tipo di allevamento: 0 indica il biologico, 1 quello all’aperto, 2 a terra e 3 in gabbia, rendendo immediato il riconoscimento dell’origine. A questo seguono due lettere in maiuscolo, ovvero il paese di provenienza (per esempio IT = Italia), tre numeri centrali che indicano il codice Istat del comune, la sigla della provincia (MI = Milano) e, in conclusione, il codice univoco dell’allevamento, rappresentato da altri tre numeri.

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Come non farsi ingannare e fare un acquisto più consapevole possibile

Le confezioni delle uova spesso sono accompagnate da immagini bucoliche di galline in campagna, immerse nel verde, dov’è facile trovare slogan che ne esaltano la genuinità. Attenzione però a non farsi suggestionare da un packaging accattivante: saper il significato dei numeri 0,1, 2 e 3 e a cosa corrispondono è importante per fare una scelta oculata: uova biologiche (0) e allevate all’aperto (1) sono opzioni migliori di quelle a terra o in gabbia, in quanto danno la possibilità alle galline di seguire comportamenti che si avvicinano a quelli naturali, come razzolare o deporre le uova in luoghi appartati. Come evidenziato da CIWF Italia (Compassion in World Farming) – organizzazione non profit che lavora nell’ambito della protezione e il benessere degli animali allevati a fini alimentari – avere la possibilità di muoversi per le galline è fondamentale per la salute delle ossa, che sono fragili e vittime di frequenti fratture dovute alla sedentarietà e all’iperproduttività: tra le galline in gabbia possono generarsi episodi di pica delle piume (beccarsi aggressivamente a vicenda) e cannibalismo, dato il forte stato di promiscuità e per evitare questi comportamenti i capi vengono debeccati, private di una parte del becco con un'operazione molto dolorosa. Nei supermercati, però, sono presenti anche alimenti che hanno le uova tra gli ingredienti (dalla pasta fresca ai prodotti da forno): in merito non esiste ancora una legge che obbliga a dichiarare la modalità di allevamento, ma è a discrezione del produttore. Come orientarti? Puoi fare affidamento sui cibi biologici o sui quei produttori che scelgono di dichiararlo. In alternativa, esistono delle aziende che si sono impegnate a essere cage-free, scegliendo di non usufruire di uova che arrivano da allevamenti in gabbia: sul sito di Animal Equality ne puoi trovare una selezione, che comprende attori della grande distribuzione come Coop, Aldi o Lidl o brand tipo Ferrero e Giovanni Rana.

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