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13 Marzo 2026 11:00

Tavole di San Giuseppe: il rito dell’abbondanza che si celebra il 19 marzo

Tavole imbandite, ricette speciali dal forte valore simbolico, un numero preciso di partecipanti e un rituale che si ripete uguale, ogni 19 marzo, da centinaia di anni: sono le Tavole di San Giuseppe, una tradizione pugliese (e non solo) che unisce religione e folklore.

A cura di Martina De Angelis
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Immagine di Wikipedia elaborata con AI

L’Italia è un affascinante affresco di festività dove l’aspetto religioso si unisce con la tradizione laica del folklore locale, a causa di una profonda stratificazione storica dove il cristianesimo ha assorbito e reinterpretato antiche tradizioni pagane, stagionali e comunitarie. Il risultato sono delle celebrazioni ricche di rituali davvero unici e la festività di San Giuseppe, il 19 marzo, ne è un perfetto esempio: la festa, particolarmente sentita in diversi luoghi d’Italia, viene celebrata con grandi falò, processioni e riti che vanno in scena da secoli. Uno dei più particolari sono le Tavole di San Giuseppe: si tratta di tavole allestite già la notte del 18 marzo e imbandite a mezzogiorno del 19 marzo, con una serie di ricette simboliche da presentare e offrire a un numero preciso di “santi” impersonati da persone del luogo. Diffuse soprattutto nel Salento, ma presenti anche in altre aree d’Italia – alcune altre parti della Puglia, in alcune zone del Molise, della Sicilia e dell’Abruzzo – le Tavole di San Giuseppe sono un’usanza centenaria, profondamente radicata, di matrice religiosa ma che ha anche saputo aprirsi all’evoluzione, rendendo questo rito privato anche un momento di forte condivisione pubblica.

Cosa sono le Tavole di San Giuseppe? Quando e dove si allestiscono

Le Tavole di San Giuseppe non sono solo dei banchetti pieni di prelibatezze ma dei veri e propri altari gastronomici, allestite con tovaglie rigorosamente bianche e riempiti con tanti di cibi diversi dal forte valore simbolico.  La matrice è quella del dono, anche se i motivi che spingono a preparare le Tavole possono essere diversi: si va come ringraziamento al Santo per una grazia ricevuta, una sorta di ex-voto con cui la famiglia vuole ringraziarlo per la sua intercessione, ma possono anche avere valore propiziatorio per fare in modo che San Giuseppe interceda per il compiersi di un determinato evento che sta a cuore ai componenti della famiglia.

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Dalla pagina Facebook Molisiamo

Il pane, il pesce e i frutti della terra come i legumi, divisi nelle tavole cotte, fatte prevalentemente di cibo cotto, e nelle tavole crude, dove tutto viene preparato per l'asporto da donare ai visitatori, sono gli elementi principali del rito (anche se non in tutti i comuni la divisione è così netta). Parimenti essenziali sono i commensali, scelti dal capo famiglia, personificazione simbolica di San Giuseppe, tra parenti, compari, amici, magari anche tra quelli con cui si è bisticciato, in modo da stabilire con loro la pace e, se invitati, questi non possono sottrarsi all'obbligo di partecipare. La tradizione vuole che il lauto banchetto venga consumato, secondo specifiche regole, a mezzogiorno del 19 marzo, ma le Tavole sono talmente elaborate e con talmente tanto cibo che generalmente si inizia a cucinare e allestire già il 18 marzo.

Le Tavole di San Giuseppe sono una tradizione particolarmente diffusa nel Salento, in particolare nei paesi di Giurdignano, considerato il centro più attivo con circa 60 tavole, Uggiano la Chiesa, Minervino di Lecce e tanti altri comuni della provincia di Lecce, ma anche in paesi in provincia Taranto e Brindisi. Questa particolare usanza devozionale, però, non è limitata solo alla Puglia ma è diffusa anche in alcune aree della Sicilia (Lascari, Enna), dell’Abruzzo (Monteferrante) e del Molise (Riccia).

Origine e significato simbolico delle tavole imbandite

Le origini della tradizione non sono del tutto chiare, ma molti studiosi le collocano tra età moderna e pratiche devozionali sviluppatesi tra XVI e XVIII secolo. Per quanto riguarda il motivo per cui nacque il rituale abbiamo solo teorie e storie tramandate nel tempo, ma senza fonti ufficiali certe. C’è chi sostiene che l’usanza di imbandire tavolate in occasione della festa di San Giuseppe sia legata all’omonima confraternita oppure ai monaci basiliani, spinte da uno spirito caritatevole e dalla voglia di aiutare i più bisognosi. Un’altra teoria, invece, coinvolge i profughi provenienti dall’Albania e in fuga dalla guerra contro i turchi: anche loro usavano celebrare San Giuseppe con tavolate dove si mangiava e si pregava. Alcuni studiosi di tradizioni popolari suppongono, invece, che l'origine di questa tradizione sia legata alla benevolenza che legava il signore feudale ai “suoi” poveri; pare, infatti, che queste tavole fossero apparecchiate nelle piazze e offerte dal signore feudale alle persone povere e bisognose, perché una volta l’anno misurassero la sua benevolenza.

Nel tempo questi banchetti, nati dunque in uno spirito di forte condivisione, si sono legati alla festa di San Giuseppe e hanno assunto il significato di pranzi votivi per grazia ricevuta o richiesta, unendo forte devozione religiosa, condivisione e ospitalità. Ma perché proprio il 19 marzo e come mai, in piena quaresima, ci si concede così tanti “peccati di gola”? Probabilmente tutto si rifà al fortissimo legame tra San Giuseppe e il cibo, anche in questo caso frutto di un’unione particolare fra tradizioni pagane e religiose. Prima di tutto la festa cristiana del 19 marzo ha sovrapposto le sue tradizioni a quelle dell'Antica Roma, in particolare ai Liberalia, festività in onore delle divinità del vino e del grano che cadevano a metà marzo e prevedevano il consumo di dolci rituali o focacce.

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A questo si aggiungono la coincidenza della festa con la fine dell’inverno e l’inizio della primavera – non a caso i piatti, anche delle Tavole, sono a base di alimenti che celebrano il risveglio della natura e il desiderio di un buon raccolto – e anche una leggenda popolare secondo cui Giuseppe, durante la fuga in Egitto con Maria e Gesù, per mantenere la famiglia fu costretto a fare il friggitore e a vendere frittelle, diventando il "capo dei frittaroli", motivo per cui le frittelle sono il dolce simbolo della festa. Tutte queste storie, leggende e tradizioni stratificate convergono nelle Tavole di San Giuseppe, ancora oggi allestite come per rendere onore al Santo dei poveri e dei bisognosi, per ringraziarlo di grazie ricevute o per domandargli particolari grazie, ma conservano anche un significato di condivisione con la comunità, la sacralità della famiglia e l’abbondanza della provvidenza divina.

Tavole di San Giuseppe: come si allestiscono

Le Tavole di San Giuseppe non sono semplici banchetti ricchi di prelibatezze, ma vengono allestite seguendo regole ben precise e le ricette stesse che vengono preparate sono atti rituali, carichi di significati religiosi, simbolici e identitari. Ogni pietanza racconta una storia, ogni gesto rimanda a un valore: spesso le ricette sono private, tramandate di generazione in generazione all’interno della famiglia da madri, nonne e zie incaricate di preparare le Tavole, ma il rituale coinvolge tutta la famiglia e i giovani imparano attraverso l’esperienza diretta, osservando, aiutando e ascoltando i racconti legati ai cibi e ai gesti rituali. Proprio per questo esistono alcune differenze nell’allestimento delle tavole da un comune all’altro o da una regione all’altra, ma le regole generali e l’essenza di come devono essere preparate e consumate sono simili ovunque.

Il protocollo è molto preciso, a partire dal numero e dalla tipologia delle portate della tavola imbandita con piatti cotti: secondo la tradizione devono essere 169, 13 pietanze per ciascuno dei 13 Santi, regola che viene rispettata soprattutto nell'area salentina – ma qualcuno oggi semplifica e riduce a 13 portate, una a Santo – disposte su tavole abbellite dalla tovaglia più preziosa che si possiede, generalmente bianca. Allo stesso modo la lista dei cibi è molto dettagliata. Il piatto al cuore di tutto il banchetto è pasta e ceci (famosa quella salentina, ciceri e tria), ricetta simbolo per eccellenza che rappresenta l’umiltà, la cucina della sopravvivenza legata ai periodi di carestia e alla fiducia nella Provvidenza: in passato questa “massa”, come è chiamata in dialetto, veniva preparata al ritmo incessante della preghiera e inoltre i legumi sono particolarmente legati alla figura di San Giuseppe. Tra gli altri piatti immancabili spiccano i lampascioni sott’olio, dal gusto amarognolo, simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera,  le verdure lesse come cavolfiori e rape, che evocano la semplicità della dieta contadina, il baccalà e il pesce fritto, memoria della tradizione quaresimale e del cibo “povero” e il pane, spesso decorato con elementi sacri come le foglie di ulivo, simbolo di vita e nutrimento spirituale, o con disegni religiosi. Non mancano anche molti dolci, soprattutto le cartellate ricoperte di miele o vincotto.

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Il tutto viene disposto intorno all’altare votivo sistemato a capotavola e dedicato a San Giuseppe, per poi venire consumato il 19 marzo a partire da mezzogiorno. Anche in questo caso di segue un rituale dettato da regole molto precise. I commensali, proprio come i piatti, devono essere sempre in numero dispari, da un minimo di tre persone (ossia la Sacra Famiglia con la Madonna, San Giuseppe e il Bambino Gesù) a un massimo di tredici, numero che richiama i componenti dell’ultima cena. Un tempo i commensali, che rappresentano coppie di santi, erano scelti tra i poveri del paese, mentre oggi è più frequente estendere l'invito a parenti e amici, preferibilmente tra coloro che hanno maggior bisogno o hanno una famiglia numerosa. Se si litiga con un parente, un amico, o chiunque altro, invitarlo a sedersi alla tavola di San Giuseppe è un segno di pace, cui non si può dire no: anche questa è una prescrizione del santo.

La mattina del 19 marzo, dopo aver partecipato alla funzione liturgica in chiesa e fatto la comunione, gli invitati alle Tavole di San Giuseppe si siedono e il capofamiglia, che impersona appunto San Giuseppe, scandisce i ritmi del pranzo, tra una portata, una preghiera e una litania. Il capofamiglia, con un colpo di bastone decorato in cima con un mazzolino di fiori (memoria della scelta divina di San Giuseppe come sposo di Maria), dà inizio al pranzo, modulando le pause per le orazioni colpendo delicatamente il piatto con la forchetta, e poi con un altro colpo di bastone dichiarerà la sua conclusione. Ogni commensale rappresenta una figura religiosa, con tanto di pane a forma di ciambella con impressa l’immagine del santo, del giglio e del rosario e di dimensioni importanti, anche di 3 o 5 kg.

Oltre alla tavola dei cibi cotti – la forma massima di devozione per la notevole fatica che richiede preparare 169 piatti esclusivamente cotti – si preparano anche delle tavole più piccole con piatti freddi o che non richiedono cottura. La sera della vigilia, il 18 marzo, queste tavole più piccole vengono esposte all’ingresso delle abitazioni per i pellegrini in visita, che possono prendere il pacino, un piccolo pane da portar via, i lampascioni, piccole cipolline selvatiche, e i dolci fritti. Tutto il paese visita le case delle tavole: giovani e anziani sono coinvolti in una sorta di continuo viavai che si protrae sino a notte quando il rito sarà rinviato all'indomani, giorno di San Giuseppe.

Dove sono più diffuse in Italia e come viene reinterpretata la tradizione

Il basso Salento è il cuore vibrante della tradizione delle Tavole di San Giuseppe: qui l’usanza è particolarmente sentita, in particolare nella zona di Otranto e dintorni. I paesi più rinomati per l'allestimento di queste sontuose tavolate imbandite sono Giurdignano, considerato uno dei centri principali e spesso definito il "paese delle Tavole di San Giuseppe" per quanto è viva e coinvolgente la tradizione, Minervino di Lecce con le sue frazioni Cocumola e Specchia Gallone, altri luoghi cardine dove la devozione si traduce in tavole ricche di piatti tipici, tra cui la "massa di San Giuseppe", e Uggiano la Chiesa, famoso per preparazione del pane votivo speciale. Altri comuni dove si è particolarmente radicata la tradizione delle Tavole di San Giuseppe sono Palmariggi, Tuglie e Otranto stessa.

Anche se è in Salento che le Tavole di San Giuseppe trovano la loro massima espressione, sono diffuse anche in altre aree della Puglia, nella stessa forma o con sfumature diverse, come le tavolate del brindisino chiamate “mattre” (spianatoie), ma anche in altre regioni italiane. Si trovano Tavole di San Giuseppe anche in alcune aree della Sicilia, in alcune parti del Molise, soprattutto nell’area di Campobasso e in alcune province dell’Abruzzo: il concetto è simile in tutte le tradizioni, anche se ogni banchetto è personalizzato con ricette tipiche della regione di appartenenza, come il molisano calzone di San Giuseppe, tipico del piccolo comune di Riccia.

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Calzone di San Giuseppe (dalla pagina Facebook Molise for all)

Le Tavole di San Giuseppe sono riuscite a sopravvivere non solo grazie alla forte devozione delle persone e al loro legame con questo antico rituale devozionale, ma anche grazie alla capacità di queste stesse persone di dare alla tradizione una nuova narrazione, che le valorizza anche come patrimonio culturale immateriale rendendole un’occasione di incontro tra abitanti e visitatori. Se in origine le Tavole erano un rito quasi esclusivamente privato, oggi il rito diventa anche un’occasione di condividere un evento così particolare: ecco che recentemente, oltre alle tavole nelle case, vengono allestite anche "tavole pubbliche" in piazza, in sedi comunali o museali, che diventano percorsi gastronomici per valorizzare la tradizione. Oppure si organizzano visite guidate alle Tavole casalinghe messe a disposizione per essere ammirate dai visitatori, o ancora viene organizzata una partecipazione attiva attraverso laboratori, incontri intergenerazionali, racconti di memoria orale che trasmettano la storia di questa tradizione così antica.

Sono tutti momenti che vengono immortalati dalla narrazione contemporanea del rito, fatta di video, social media e storytelling digitale, e proprio questo racconto che utilizza i mezzi di comunicazione più moderni diventa il valore aggiunto: in questo modo le Tavole di San Giuseppe non solo possono essere scoperte e raccontate, ma possono diventare anche un'attrazione culturale e turistica che contribuisce alla promozione del territorio. Ecco che la tradizione, così, sopravvive e si innova senza snaturarsi, diventando non più solo un patrimonio locale ma un retaggio culturale condiviso.

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Quello che i piatti non dicono
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