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Secondo gli studi emersi dai rapporti FAO, gli italiani sarebbero i più grandi truffatori al mondo in materia di etichettatura del pesce. Report è andato a fondo della questione portando alla luce un altro dato interessante, quello dell’allevamento.

Il pescato non è in grado di sostenere il mercato, di conseguenza circa il 50% di ciò che arriva in tavola viene dagli allevamenti. La produzione intensiva in acquacoltura pone però diversi problemi: i mangimi usati per far ingrassare il pesce il più velocemente possibile, le condizioni di vita degli animali o la disparità e pericolosità dell'importazione dall'estero.

Le etichette truffaldine in pescheria

Ad aggravare il rapporto FAO sulle pescherie ci sono le leggi italiane, tra le più severe al mondo in ambito enogastronomico: eppure solo gli Stati Uniti tengono il passo in quanto a “truffaldineria” nelle etichette del pesce. Nel servizio a firma di Emanuele Bellano, la redazione va a spasso tra le pescherie insieme a Silvio Greco, biologo marino e docente Produzioni animali presso l'Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo. La situazione è variopinta: ci sono pesci freschi, ci sono pesci vecchi con colori spenti e ci sono pesci decongelati, fatti passare per freschi, facendo correre al consumatore molti rischi. Bellano e Greco si imbattono poi nelle sopracitate etichette, ingannevoli o incomplete. Secondo la legge, le pescherie devono esporre provenienza, presenza di solfiti, nome dell’animale ma tutto ciò, secondo quanto emerso dal servizio, succede molto raramente.

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Il problema della resistenza agli antibiotici

Non solo etichettatura, un’altra questione seria emersa dall’inchiesta è la presenza ingombrante degli antibiotici e la nascita dei batteri resistenti ai medicinali: un problema che coinvolge la fauna marina ma anche gli esseri umani. Tutto il meccanismo è collegato: negli allevamenti il sovraffollamento causa promiscuità tra gli animali ammassati nelle vasche. Gli allevatori quindi utilizzano degli antibiotici allo scopo contrastare la diffusione delle malattie: ma questi farmaci finiscono anche nelle pance dei pesci sani creando le perfette condizioni di antibiotico-resistenza.

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Il procedimento è medesimo a quanto visto nei video virali girati negli allevamenti di polli o maiali: Report visita un allevamento di orate in Toscana con 200mila esemplari per vasca, una condizione di vita disumana che fa ammalare i pesci. In questo allevamento, a Follonica, si coltivano spigole e orate vendute poi al circuito Coop, che ha risposto a Report:

“La scelta di ridurre fino ad eliminare utilizzo di antibiotici nelle filiere a marchio Coop non è una questione di marketing, ma un preciso impegno di Coop contro il fenomeno dell’antibiotico-resistenza su cui Coop, unica insegna della grande distribuzione, ha investito con la campagna ‘Alleviamo la salute' dal 2017. Il non utilizzo di antibiotici nel pesce Coop a marchio Origine è verificato tramite visite ispettive, anche a sorpresa, da parte di Coop con consulenti altamente specializzati, anche accompagnati da Enti di Certificazione riconosciuti a livello internazionale quali Bureau Veritas e CSQA. Ai fornitori è inoltre richiesta la certificazione di prodotto antibiotic-free rilasciata da Enti Terzi. Dalla partenza del progetto sugli 11 fornitori coinvolti sono stati eseguiti complessivamente 74 audit e 205 campionamenti  per la verifica di presenza di antibiotici tra pesci, mangimi e acqua di allevamento tutti con esito regolare".

L’antibiotico-resistenza è un argomento molto serio che causa ogni anno migliaia di vittime; è stata approvata una legge per gli allevamenti a terra, ma non per quelli in mare o in vasca.

Gli allevamenti greci che vendono all’Italia

Nel corso del servizio, Bellano e Greco provano poi a sfilettare tre orate diverse: due di allevamento, una italiana ed una greca, e un’orata di mare. Il risultato è facilmente intuibile con il pesce pescato in mare che presenta pochissimo grasso ed ha colori delle interiora vivissimi, mentre quello greco in allevamento ricco di grasso; nel mezzo l’orata allevata in Italia. La Grecia è il primo produttore al mondo di spigole e orate da allevamento, un pesce dedicato al mercato estero venduto a buon mercato.

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La presenza di tanto grasso all’interno del corpo dell’orata deriva dagli additivi utilizzati che dimezzano il tempo di crescita del pesce: un’orata in mare impiega circa 30 mesi per raggiungere i 400 grammi, in allevamento li raggiunge in 14 mesi. A tal proposito è intervenuta nel corso dell’inchiesta, Carmela Barone, docente di acquacultura alla Federico II: “La quantità di grasso è maggiore nell’allevamento perché alimentato 2 volte al giorno, il pesce non ha poi il tempo per consumare le energie”.

La professoressa proietta poi l’inchiesta ad un altro punto: “Spigole e orate sono pesci carnivori, mangiano altri pesci. Per farle arrivare ad 1 kg servirebbero circa 2.5 kg di pescato. Un costo insostenibile per gli allevamenti, ed un potenziale problema di sopravvivenza degli habitat marini vista la richiesta del mercato. Per questo si utilizzano dei mangimi derivati da altro”. Ma derivati da cosa? Da altri allevamenti: il mangime dei pesci è composto da farina di soia, di girasole, da frumento, da scarti di allevamenti intensivi di terra come piume di pollo o sangue di maiale, tutto pieno di antiossidanti.

Il viaggio in Africa di Report

L’ultimo punto trattato da Bellano riguarda il pesce persico, un animale che può essere facilmente confuso con altre specie una volta sfilettato, pescato sul Lago Vittoria, tra Tanzania, Uganda e Kenya. Molti di questi filetti arrivano nelle mense scolastiche quindi i controlli dovrebbero essere rigorosi, ma nessuna azienda che raccoglie il persico in Africa prima di spedirlo in Italia ha acconsentito l’ingresso delle telecamere di Rai 3 che ha così chiesto a Coop, Pam, Auchan e Conad delucidazioni, che non sono arrivate.

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In questi tre Paesi c’è poi un forte rischio di inquinamento delle acque: il bacino del fiume Mara, che sfocia proprio nel Lago Vittoria, è ricco di cianuro e boro le cui sostanze tossiche vengono assorbite dal persico. Il lago raccoglie anche le acque reflue dei villaggi vicini e dei campi degli agricoltori che usano pesticidi. Tanto è evidente l’impronta dell’uomo che la redazione di Report ha fatto sorvolare il lago da un drone che mostra tutte le macchie biancastre legate all’inquinamento degli scarichi.

Le zone di tutela biologica

Il Mediterraneo è il mare più sfruttato al mondo, nonostante controlli rigorosi da parte delle autorità internazionali ed in particolar modo italiane. La Guardia di Finanza controlla reti, zone di pesca, dimensioni del pescato, ore di lavoro: ma evidentemente non basta. L'ong Oceana, infatti, ha lanciato l’allarme: i pesci del Mar Mediterraneo sono a rischio di estinzione a causa di decenni in cui i pescatori hanno lavorato troppo e troppo male, creando grossi danni all’ambiente.

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Spesso i pescherecci ignorano le zone di tutela biologica, create proprio per far proliferare gli animali e non rischiare l’habitat ma queste zone vengono ignorate, aggirate e usate ugualmente. Oceana parla di dati sconcertanti perfino nelle zone protette. Urge una filiera etica ed un controllo molto più serrato negli allevamenti e nel pescato.

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