
Non è un problema nuovo, quello della Xylella fastidiosa: un batterio che circola tra gli ulivi della Puglia dal 2013, anche se alcuni documenti ne attestano la presenza già nel 2008. Adesso però, sta succedendo una cosa decisamente strana: secondo una notizia, riportata dal Post, sembra che diversi ulivi in provincia di Lecce, dopo anni di sofferenza causata da questo batterio, abbiano ripreso a produrre foglie e, con grande sorpresa di tutti, anche olive. Come? Nessuno sa dirlo, neanche gli esperti.
La lenta e misteriosa ripresa degli ulivi pugliesi
È in circolazione da più di un decennio, ma per chi ancora non la conoscesse la Xylella è un batterio che colpisce numerose piante, soprattutto gli ulivi. La sua trasmissione avviene tramite insetti che, nutrendosi della linfa della pianta infetta, trasferiscono poi il batterio alle altre piante, causando la morte progressiva della pianta. Un problema che, come si può immaginare, colpisce l’economia agricola e il turismo, con ricadute anche sulla bellezza del paesaggio pugliese, e che ancora oggi non ha soluzione

E mentre il batterio continua silenziosamente a diffondersi, ci sono alcuni alberi, nel Salento, che hanno cominciato a ridare qualche piccolo segnale di vita. Alberi secchi, morenti, che dopo anni di sofferenza, sono tornati a produrre frutti. È chiaro che adesso tutti vorrebbero una spiegazione su questa ripresa, ma nessuno sa ancora dire come sia possibile. Sempre secondo quanto riportato dal Post, questa capacità degli ulivi di ricostruire una folta chioma è chiamata resilienza, che però non sta a indicare una completa guarigione o un'assenza di infezione. Piuttosto, si tratta di una sorta di recupero vegetativo – come conseguenza dello stress dovuto all'attacco del batterio – che comporta un parziale recupero della pianta che torna a produrre i suoi frutti. È difficile stabilire un preciso rapporto di causa-effetto e non si sa cosa abbia potuto favorire la ripresa di queste piante, neanche le diverse tecniche utilizzate dagli agricoltori. Alcuni hanno utilizzato concimi naturali, altri invece hanno optato per il cosiddetto "protocollo Scortichini" – un trattamento a base di rame, zinco e acido citrico che prende il nome da uno dei loro inventori – e nessuna di queste pratiche pare sia la soluzione.
La teoria più accreditata, invece, è che probabilmente si sta avendo una graduale diminuzione della popolazione dell'insetto vettore chiamato "sputacchina" (Philaenus spumarius). Per Donato Boscia, ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), la minore quantità di insetti può dipendere da molti fattori, ma, in ogni caso, questo numero ridotto potrebbe aver diminuito i casi di "‘superinfezione‘, cioè di re-inoculazione del batterio nella stessa pianta, quindi mancato sviluppo di nuovi sintomi e maggiori possibilità di ripresa". Vincenzo Verrastro, amministratore scientifico del CIHEAM (Centro internazionale di studi agronomici avanzati del Mediterraneo) di Bari, invece, spiega la diminuzione di questi insetti con una minor presenza di alberi spogli e conferma che non esiste un nesso di causa-effetto nel dimostrare che questa resilienza sia resa possibile da cure o trattamenti, dato che quelli effettuati dagli agricoltori sono in grado solo di ritardare la diffusione del batterio.

Un olio più ricco
C'è forse una novità ancora più sorprendente rispetto a questa notizia: l'olio ricavato da questi frutti risulta più ricco di polifenoli, i principali responsabili degli effetti antiossidanti e antinfiammatori. A essere analizzate sono state le varietà di Ogliarola salentina e Cellina di Nardò tipiche del Salento e secondo Francesco Paolo Fanizzi, professore di Tracciabilità chimica dei prodotti agroalimentari all'Università del Salento, "l'olio ne risulta più ricco, probabilmente perché la pianta, sotto stress, aumenta i polifenoli come meccanismo di difesa". A prima vista appare come un paradosso: un olio proveniente da alberi malati che risulta più "salutare" e con un nuovo profilo aromatico rispetto agli altri oli salentini, considerati tradizionalmente più dolci e impiegati proprio per mitigare quelli più amari e piccanti.

L'epidemia non si ferma
Nel quadro complessivo, purtroppo, la situazione è tutt'altro che risolta: i danni complessivi causati dalla Xylella ammontano a circa 2 miliardi di euro e sono stati individuati nuovi focolai nel barese, nel foggiano e nell'area delle Murge. Il batterio, presente in Puglia in tre diverse varianti, sembra però diffondersi più lentamente rispetto a prima, anche probabilmente per ragioni climatiche. La temperatura ottimale in cui riesce a prosperare, infatti, è di circa 28 gradi: nel barese e nel foggiano però gli inverni sono più rigidi e questo potrebbe aver diminuito la sua capacità di resistenza. In questa situazione, comunque, la Regione continua a intervenire con un articolato sistema di monitoraggio e un piano di rigenerazione basato sul reimpianto di varietà più resistenti.