
L’italiano è una delle lingue più ricche al mondo ed è merito anche dei suoi modi di dire, spesso e volentieri legati direttamente al mondo gastronomico: sono tantissime le espressioni tipiche, i detti e i proverbi che arricchiscono il nostro linguaggio quotidiano, talmente radicate nelle nostre abitudini da diventare parte integrante del nostro modo di esprimerci. E se nella maggior parte dei casi conosciamo il significato dei modi di dire più popolari, il discorso è diverso riguardo a come sono nati e perché sono stati utilizzati per esprimere un determinato concetto. È il caso, per esempio, di una delle espressioni più curiose del nostro patrimonio di modi di dire, “non c’è trippa per gatti”: quante volte ti è capitato di utilizzarla? È una frase tipica della parlata romanesca, ma si è diffusa così tanto che non è difficile sentirla pronunciare anche in altre parti d’Italia.
Il modo di dire si usa per esprimere una situazione in cui non c’è proprio niente da fare, non esistono alternative, insomma "non c’è nè per nessuno", e arriva direttamente dalla Roma dei primi anni del ‘900. Il racconto popolare dell’origine di questo detto è piuttosto bizzarro e coinvolge l’allora sindaco della città e gli iconici gatti della Capitale, un vero simbolo locale: ancora oggi Roma è piena di gatti, molti persino celebri come quelli di Largo Argentina, ma all’epoca avevano un vero e proprio ruolo sociale poiché erano colonie introdotte in città appositamente per cacciare i topi e diminuirne il numero. Ecco in che circostanza è stata detta e come è nato uno dei modi di dire più famosi di Roma.
“Non c’è trippa per gatti”: come è nato il celebre detto romano
Durante i primi anni del Novecento, a Roma, i gatti svolgevano un autentico ruolo sociale: per quanto i graziosi animali abbiano popolato da sempre la città creando colonie numerose soprattutto nei siti archeologici, dove la presenza di rovine e cavità ha da sempre offerto l’ambiente ideale per trovare riparo, a inizio Novecento i gatti erano parte integrante della gestione urbana. Soprattutto nella zona del Campidoglio venivano nutrite intere colonie feline proprio con l'obiettivo di farle crescere, in modo che aiutassero a cacciare i topi che infestavano la zona. Era il Comune di Roma stesso a finanziare l’acquisto di scarti per sfamare i gatti che presidiavano il Campidoglio ed esisteva persino una figura apposita per nutrire i mici, il carnacciaro, incaricato di distribuire loro la carne di scarto, tra cui spesso si trovava per l’appunto la trippa, un taglio economico che fa parte delle frattaglie e spesso usato anche dalla popolazione più povera, tanto da diventare una delle ricette simbolo della cucina romana.

Secondo il racconto popolare che è stato tramandato, le cose cambiarono tra il 1907 e il 1913: il neoeletto sindaco Ernesto Nathan fu contattato da un funzionario per adempiere al controllo del consueto bilancio del comune di Roma. Scorrendo la lista delle voci, Nathan notò che, a un certo punto, si parlava di “frattaglie per i gatti”. Quando chiese delucidazioni, il funzionario spiegò al neosindaco che il Comune di Roma sfamava una grossa colonia felina che aveva il compito di proteggere l’archivio e i documenti dai topi che infestavano il palazzo. Il racconto vuole che il sindaco si sia infuriato: non erano soldi ben spesi secondo lui, così decise che, da allora, i gatti avrebbero dovuto procurarsi il cibo da soli. Si racconta che qualcuno riportò sul libro del bilancio comunale la frase “non c’è trippa per gatti” per esprimere, in breve, la volontà del sindaco e per indicare, in soldoni, che non era più il momento di scialacquare risorse.
Presto la frase divenne un simbolo della politica del sindaco, noto per la sua rigorosa gestione finanziaria, e finì per indicare non solo i gatti ma, metaforicamente, chiunque chiedesse qualcosa pur non essendoci nulla da ottenere: ecco che l'espressione si diffuse fino a diventare un vero e proprio modo di dire, ancora oggi usato per comunicare un netto rifiuto o l'assenza di possibilità, suggerendo che le richieste non verranno soddisfatte.