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23 Settembre 2026 13:48

Perché in Scozia ci sono 1,4 miliardi di litri di whisky che nessuno vuole

Una crisi del genere si era registrata soltanto negli anni '80, ma i motivi sono pressoché identici: anni fa in Scozia hanno creduto che la domanda di whisky sarebbe aumentata, ma è diminuita vertiginosamente.

A cura di Lorenzo Napolitano
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La Scozia sta affogando nel proprio whisky. Non è un modo di dire: nei magazzini ci sono oggi 1,4 miliardi di litri di distillato in maturazione, tre volte più di dieci anni fa. La causa è un investimento sbagliato: anni fa le distillerie hanno prodotto come se la domanda non dovesse fermarsi mai, e oggi si parla di nuovo di "whisky loch", il lago di whisky. Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna spulciare i numeri, ripercorrere decisioni ed errori di calcolo, ma anche guardare al modo di vivere – e di bere – delle nuove generazioni. Il risultato è che uno dei simboli più identitari della Scozia si trova oggi nella crisi peggiore dagli anni '80, quando si verificò un problema analogo: dopo il boom degli anni '60 e '70, la domanda fu sovrastimata, e molte distillerie furono costrette a chiudere.

Il legame tra il whisky e la Scozia

Il whisky in Scozia è un pezzo di identità nazionale, con un'industria che intreccia storia e orgoglio locale. Negli ultimi vent'anni questo patrimonio si è trasformato anche in un fenomeno globale: i single malt (cioè quelli prodotti solo con orzo maltato e provenienti da una sola distilleria) sono diventati oggetto di culto, l'Asia si è aperta al mercato, e la parola "invecchiato" è diventata sinonimo di lusso e prestigio.

Proprio per questo motivo, quando all'inizio del 2026 il governo britannico ha riconosciuto alla denominazione "English Whisky" lo status di indicazione geografica protetta, la reazione dell'industria scozzese è stata durissima. La Scotch Whisky Association (SWA), che riunisce i principali produttori, che riunisce novanta aziende molto prestigiose, ha parlato di una decisione "profondamente preoccupante", capace di mettere a rischio pratiche e tradizioni costruite in decenni. Non è una questione di puro orgoglio, ma la sensazione – per un settore già in difficoltà – di vedersi insidiare anche il proprio prestigio simbolico, in un momento di per sé già abbastanza complicato.

Perché c'è sovrapproduzione

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare indietro di circa quindici anni. Intorno al 2010 il settore ha iniziato ad aumentare la produzione scommettendo su una crescita che sembrava inarrestabile: nuove distillerie aprivano a un ritmo mai visto da un secolo, le grandi aziende riempivano magazzini su magazzini, convinte che la domanda futura avrebbe assorbito tutto. Nel solo picco del 2022, complice la ripresa post-pandemia, enormi quantità di distillato sono state messe a invecchiare come se quella crescita non dovesse più fermarsi.

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Il problema è che il whisky ha bisogno di tempo: almeno tre anni per potersi chiamare legalmente Scotch, spesso dieci o più per diventare un prodotto pregiato. Le botti riempite nell'euforia di quegli anni stanno raggiungendo oggi la maturità, pronte per essere imbottigliate e vendute. Ma il mercato che le accoglie, nel frattempo, è cambiato. Nel giro di un decennio, le scorte in maturazione sono passate da meno di 400 milioni a circa 1,4 miliardi di litri,  l'equivalente di oltre 150 milioni di casse standard: una quantità enorme, sufficiente a coprire da sola circa tre anni di consumo globale.: una quantità sufficiente a coprire da sola tre anni di consumo attuale. Un caso diventato simbolo di questa situazione è quello della Holyrood Distillery di Edimburgo, aperta nel 2019 con un investimento di quasi sette milioni di sterline, e che in primavera ha dovuto fermare a tempo indeterminato i suoi due grandi alambicchi di rame, pur avendo ancora migliaia di botti pronte da vendere.

I motivi della crisi

Non esiste un'unica causa dietro questa crisi, ma una combinazione di fattori che si sono sommati quasi nello stesso momento, trasformando un rallentamento in un vero shock per il settore.

  1. I dazi americani. Gli Stati Uniti rappresentano una grossa fetta di mercato per il whisky, specialmente lo Scotch. Nell'aprile 2025 Washington ha imposto un dazio del 10%, che ha fatto crollare le esportazioni verso gli Usa di circa il 15%. Anche se i dazi sono stati aboliti a luglio 2026, l'anno di vendite perse ha lasciato il segno, e buona parte di prodotto non venduto è rimasto nei magazzini.
  2.  Il raffreddamento della Cina e del segmento premium. Per un decennio l'industria ha puntato tutto sulla "premiumizzazione", cioè sull'idea che i consumatori avrebbero speso sempre di più per bottiglie sempre più pregiate. Questa corsa si è fermata: le esportazioni di single malt sono calate, con ricadute pesanti in mercati chiave come la Cina e la Francia, e una forte contrazione nei flussi verso l'hub commerciale di Singapore, segno che il fascino della rarità non basta più a giustificare prezzi sempre più alti.
  3. La pressione fiscale nel Regno Unito. In patria, le accise sugli alcolici sono aumentate di oltre il 17% in tre anni, a cui si sommano nuove tasse sugli imballaggi e maggiori costi di conformità. Il whisky scozzese si ritrova così a competere anche con il proprio governo per una fetta sempre più piccola del budget dei consumatori britannici.
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4. Il cambiamento delle abitudini nelle nuove generazioni. Il consumo globale di alcolici è in calo, e le generazioni più giovani prediligono altre bevande, altre occasioni di socialità, altri ritmi. Spesso si scrive di una generazione che ha smesso di bere, ma se in parte è vero, bisogna tenere comunque presente che i consumatori di oggi – e di domani – hanno meno reddito disponibile da destinare a una bottiglia da decine e decine di sterline. Non si può, infine, non tenere conto di uno dei fattori più incisivi: la crescita dell'attenzione verso stili di vita sani e moderati, che riguardano la maggior parte delle fasce d'età, non solo i più giovani.

Di fronte a questa somma di difficoltà, non tutte le distillerie corrono lo stesso rischio. I due colossi del settore, Diageo e Pernod Ricard, controllano insieme più della metà del mercato e possono permettersi di aspettare che la situazione si stabilizzi. Chi rischia davvero sono i piccoli produttori indipendenti: secondo alcune stime del settore, fino a un quarto delle circa 160 distillerie scozzesi potrebbe finire in vendita nei prossimi anni, mentre banche sempre più caute e investitori stranieri già affamati di occasioni osservano da vicino ogni segnale di difficoltà.

Il ruolo (quasi salvifico) dell'India nel settore

Non manca, però, qualche motivo di speranza. L'India, oggi già il primo mercato mondiale del whisky per volumi, potrebbe presto superare gli Stati Uniti anche per valore: un nuovo accordo commerciale con il Regno Unito ha dimezzato i dazi sullo Scotch e prevede di ridurli ulteriormente entro il 2036. Considerando che oggi il distillato scozzese rappresenta appena il 3% del mercato indiano, i margini di crescita restano enormi. Non è detto che basti a svuotare in fretta magazzini colmi come non lo erano mai stati, ma è forse il segnale che il lago di whisky scozzese potrebbe tornare a defluire.

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